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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il risiko europeo che "circonda" Draghi

Come noto, la Svizzera ha abbandonato il peg valutario con l’euro, forse anche in attesa del Qe della Bce. E anche la Germania si prepara alle mosse di Draghi, spiega MAURO BOTTARELLI 

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La notizia è nota: il 15 gennaio scorso la Banca nazionale svizzera (Snb) ha sorpreso i mercati decidendo di rimuovere il peg che da tre anni legava il franco svizzero all’euro e di lasciare che il tasso di cambio della propria valuta fluttuasse liberamente. Giusto? Sbagliato? Partiamo dalle certezze, ovvero dalle vittime: moltissimi hedge funds che erano posizionati short sul franco svizzero, rassicurati dalle parole pronunciate solo 20 giorni fa dallo stesso governatore della Banca centra elvetica, Thomas Jordan, a detta del quale il tetto di cambio a 1,20 non sarebbe mai stato tolto, si sono letteralmente schiantati, incamerando perdite che per non pochi clienti hanno ecceduto l’investimento e in alcuni casi andando in insolvenza conclamata e fallendo.

Il grafico a fondo pagina spiega bene la magnitudo delle scommesse in atto: una colossale posizione ribassista la cui controparte, ovvero il lato long del future, potrebbe essere stata la stessa Banca nazionale svizzera nel tentativo di mitigare le perdite sui suoi enormi attivi in euro. Ora, se il gioco non valesse la candela, ovvero se non ci fosse stata la necessità di andarsene dal cambio fisso e di gran carriera, a vostro modo di vedere Jordan avrebbe messo a repentaglio la credibilità e l’autorevolezza dell’istituto che presiede (dopo le sue dichiarazioni di tre settimane fa, infatti e dopo quelle soltanto di lunedì scorso di un suo alto funzionario, saranno ben pochi i trader e gli operatori che crederanno in futuro alle dichiarazioni e ai comunicati della Banca)?

Il problema è che c’è talmente tanta voglia di fuga dall’euro verso i cosiddetti safe-havens che non appena la notizia è stata resa nota, la gente si è letteralmente lanciata sul franco: il quale, non a caso, ha guadagnato il 30% in 13 minuti di contrattazioni, schiantando proprio gli hedge funds costretti a coprire a costi altissimi le loro posizioni sul mercato futures. Per Kathleen Brooks di Forex.com, «la Banca nazionale svizzera pensava di poter ottenere questo aggiustamento in maniera ordinata ma ha fallito miseramente»: giudizio quantomeno semplicistico e affrettato, visto che come ho già detto la situazione in Svizzera stava diventando insostenibile, non a caso contemporaneamente all’eliminazione del peg, l’istituto centrale ha anche abbassato ulteriormente in negativo il tasso di interesse, dal -0,25% al -0,75%, nel disperato tentativo di bloccare gli inflows di euro.

Per Willem Buiter di Citigroup, «gli svizzeri per svalutare il franco potrebbero dover portare i tassi al -5%». Da parte sua, Thomas Jordan ha negato che il cambio di strategia sia stato dettato da una reazione di panico: «Un tipo di politica simile si può interrompere solo a sorpresa, l’intera situazione internazionale è cambiata», ma le critiche non sono mancate nemmeno in patria, visto che la prima pagina del Neue Zurcher Zeitung titolava “La Snb ha perso la fiducia dei mercati” e lo stesso ministro dell’Economia elvetico, Johann Schneider-Ammann, si è definito sotto shock per la decisione, la quale rischia di mettere in crisi il settore dell’export, uno dei più trainanti dell’economia della Confederazione.

C’è però il rovescio della medaglia: la Svizzera negli ultimi quattro, cinque mesi ha subito ondate di inflows di valuta estera prima dalla Russia, poi dalla Grecia e per finire dall’Italia, un quantitativo di liquidità che non le permetteva di mantenere il controllo della situazione. Unite a questo il fatto che appare ormai scontato che fra tre giorni Mario Draghi annuncerà il programma di Qe, di fatto letale per la Svizzera a livello valutario, e capite che, per quanto choc, la scelta di Zurigo non appare del tutto peregrina. Tanto più che anche se in linea teorica la Banca centrale avrebbe potuto continuare la sua linea di resistenza all’infinito stampando un ammontare illimitato di denaro, l’effetto collaterale sarebbe stato tossico, visto che le riserve in valuta estera sono già pari al 73% del Pil, un qualcosa che ha fatto letteralmente esplodere la base monetaria del Paese, passata da 80 miliardi di franchi a 400 miliardi di franchi dalla metà del 2011 a oggi, dinamica accompagnata da un boom immobiliare e un balzo enorme del prestito bancari arrivati al 170% del Pil.