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SPY FINANZA/ La "guerra" che serve agli Usa e alla Fed

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Già, perché nonostante la vulgata generale tenda a rassicurare, la situazione è tutt'altro che rosea sui mercati: diciamo che da più parti, in America, si comincia a dire che il canarino non solo ha trovato la miniera di carbone, ma si sta incamminando verso l'ingresso. Guardate questi altri due grafici a fondo pagina: la divergenza tra i prezzi dei titoli del comparto finanziario Usa e il loro rischio di credito è cresciuta e non di poco da quando a metà del mese di ottobre il poco fa citato James B. Bullard salvò i corsi rialzisti parlando di riattivazione del Qe per la prima volta. Tra obbligazioni strutturate proprio del settore energetico, enormi posizioni short e il potenziale di contagio sul forex dopo la mossa della Banca centrale svizzera, il rischio di controparte sta salendo ancora e oggi è al massimo da undici mesi. 

E non pensiate che questo indice sia qualcosa di particolarmente tecnico e astruso, è soltanto la media tra i valori dei credit default swaps di Bank of America, Citi, JP Morgan, Morgan Stanley e Wells Fargo: certo, per arrivare al tracollo del 2008, come ci mostra il secondo grafico, ci vuole ancora del tempo, ma la traiettoria è identica e di acceleratori, come negli incendi dolosi, sul mercato di oggi ce ne sono parecchi e nascosti dove meno te lo aspetti. Ma gli americani sono degli ottimisti per definizione, hanno addirittura un modo di dire per farti capire che per quanto le cose possano peggiorare, loro stanno ancora vincendo: "scoreboard", ovvero il tabellone segna punti, quello che ricorda agli spettatori chi sta vincendo la gara. 

Insomma, gli Usa hanno 18 triliardi di debito e la Fed è alle soglie dell'insolvenza? Chi se ne importa, "scoreboard", guarda il tabellone, stiamo ancora vincendo, la Russia è in ginocchio e stiamo per far partire l'ennesima guerra al terrore! No, cari lettori, all'America serve qualcosa di più per riattivare la stamperia: e temo che lo sprezzo con cui nel weekend il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha respinto al mittente la proposta di un piano di pace russo, unito all'attacco in grande stile dell'esercito ucraino contro le milizie filo-russe potrebbe fornirci qualche indizio. È la Russia il bersaglio grosso di cui necessita Washington?

A proposito, come vanno le cose a Mosca e dintorni, visto che da qualche giorno non ne parliamo? Puntuale come morte e tasse, dopo il downgrade di Fitch dello scorso 9 gennaio, venerdì scorso Moody's ha abbassato il rating del Paese. La valutazione del merito di credito di Mosca scende da Baa2 a Baa3, appena un gradino sopra il livello "junk" (spazzatura). Non solo, Moody's ha anche comunicato di aver sottoposto il rating a revisione per valutare un'ulteriore retrocessione: ovvero, i titoli di Stato del Cremlino sono ancora ritenuti affidabili, ma rischiano a breve di finire tra quelli bollati come "ad alto rischio", interessanti solo per gli speculatori. L'agenzia ha spiegato la sua decisione con «l'aspettativa che il calo del prezzo del petrolio e lo shock del cambio mineranno ulteriormente le già tenui prospettive di crescita del Paese nel medio termine». 

Quanto al breve termine, «le preoccupazioni riguardano l'impatto negativo sulla forza finanziaria del governo dell'erosione nelle riserve valutarie e nei ricavi fiscali». Timore giustificato dal fatto che la Banca centrale ha fatto sapere che nel corso del 2014 ha speso più di 82 miliardi di dollari per cercare di sostenere la propria valuta e nel solo mese di dicembre sono stati spesi 11,9 miliardi, senza peraltro riuscire a far molto per arginarne la spirale negativa, visto che per acquistare un euro servono ancora oltre 75 rubli e 65 dollari, mentre sei mesi fa ne bastavano, rispettivamente, 47 e 35. Inoltre, pesa anche il fatto che gli Usa non intendono in alcun modo allentare le sanzioni economiche comminate per contrastare le ingerenze in Ucraina: «Dobbiamo mantenere forti sanzioni», ha dichiarato stentoreo il presidente Barack Obama nel corso della conferenza stampa congiunta con il premier britannico David Cameron dopo l'incontro alla Casa Bianca di venerdì. 

Ma c'è dell'altro, visto che il Cremlino deve fare i conti anche con un'inflazione sempre più galoppante che, giorno dopo giorno, riduce il potere d'acquisto dei consumatori, tanto che le autorità hanno chiesto alla magistratura di monitorare i prezzi di benzina, cibo e farmaci per evitare speculazioni e di intervenire se il pagamento degli stipendi o dei sussidi viene rimandato (un atteggiamento vagamente diverso da quello tenuto, ad esempio, dal governo italiano durante il periodo di doppia-moneta dall'introduzione dell'euro). «Data la difficile situazione economica - ha detto il capo dell'Amministrazione presidenziale russa, Serghiei Ivanov, parlando alla magistratura - dovete aiutare a controllare i prezzi di carburante, prodotti alimentari e medicinali e reagire immediatamente alle violazioni nei posti di lavoro, ai rinvii e ad altre irregolarità nel pagamento degli stipendi e dei sussidi». Nel 2014 i prezzi in Russia sono saliti dell'11,4%, e quelli degli alimentari addirittura del 15%, a fronte di una svalutazione del rublo di oltre il 40%.