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SPY FINANZA/ La "guerra" che serve agli Usa e alla Fed

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Insomma, la Russia è a pezzi? Non direi proprio. Mosca sta sfruttando in maniera mirabile questo momento di crisi per attuare due politiche: prima, de-dollarizzare la propria economia. Seconda, abbassare il proprio stock di debito estero, grandemente denominato proprio in dollari. E come lo sta facendo? Prima di tutto, come ci mostrano i due grafici a fondo pagina, sta incamerando sempre più oro nelle sue riserve, visto che solo nel mese di dicembre ha acquistato l'ammontare più alto da sei mesi a questa parte, aumentando il totale di altri 46 miliardi di dollari in oro fisico. Contemporaneamente, poi, sta riducendo sempre di più la sua esposizione al debito Usa, facendo scendere per il ventesimo mese di fila le sue detenzioni di Treasuries, ora a poca distanza dal minimo record del 2008. Oltretutto operando come un perfetto broker della City, visto che ha comprato l'oro quando era ai minimi o comunque a livelli più che profittevoli di prezzo e vendendo i titoli di Stato Usa al valore massimo, visto il rendimento in picchiata garantito dalla Fed e ora dalla Bank of Japan onnivora. 

E non lo sta facendo da sola, c'è un altro soggetto che sta seguendo questa strada: la Cina. La quale, in un solo anno, tra aprile 2013 e aprile 2014, ha accumulato più di 1600 tonnellate di oro fisico, portando le proprie riserve al secondo posto dopo quelle degli Usa. Nel solo 2013 la domanda cinese è aumentata del 32% e siccome il governo di Pechino non aggiorna il dato sulle sue riserve auree dal 2009, a oggi sappiamo che - al netto di quelle acquistate nell'ultimo anno - il totale dovrebbe essere di 3514 tonnellate, ma potrebbe essere anche superiore: certo, non sono le 8133,5 tonnellate degli Usa, ma rappresentano un bel back fisico per lo yuan sui mercati internazionali e, soprattutto, quello cinese rispetto a quello Usa è oro fisico vero, non il tungsteno colorato che qualcuno ipotizza sia stoccato a Fort Knox. 

Veniamo poi al secondo punto della strategia russa, ovvero l'abbassamento del debito estero. Tra i principali argomenti di detrimento della situazione economica russa c'è infatti quello relativo alle fughe di capitali patite dal Paese, peccato che gli analisti occidentali al riguardo abbiano scordato qualche piccolo particolare. Vediamolo. I dati relativi agli outflows per il 2014 resi noti dalla Banca centrale russa sono in effetti poco incoraggianti: il totale è di 151,5 miliardi di dollari, circa due volte e mezzo quelli patiti nel 2013, pari a 61 miliardi. Nel primo trimestre gli outflows furono pari a 48,2 miliardi di dollaro, nel secondo scesero a 22,4 miliardi, nel terzo ci fu un netting a 7,7 miliardi per poi arrivare al boom del quarto trimestre dello scorso anno, in piena crisi e con le sanzioni al massimo, quando salirono 72,9 miliardi di dollari. Solo quest'ultimo dato è superiore a quello degli outflows dell'intero 2013: un disastro, direte voi. Vediamo qualche dettaglio, ora. 

Del totale, 19,8 miliardi di outflows registrati nel quarto trimestre del 2014 sono ascrivibili a nuove misure di fornitura della liquidità da parte della Banca centrale russa, la quale ha esteso nuove linee di credito alla banche. In parole povere, sono prestiti: quindi, se gli istituti non fanno default su quei prestiti, questa quota di outflow è reversibile. Negli outflows di capitale netti tra il primo e il terzo trimestre, 16,1 miliardi sono in realtà il repayment di linee di finanziamento estere, quindi si possono chiamare quei soldi fuga di capitale, ma anche abbattimento del debito esistente: non c'è il dato aggregato del quarto trimestre, ma su base mensile gli stessi outflows per il settore bancario ammontano a 11,8 miliardi di dollari. 

Quindi, 27,9 miliardi di dollari totali per il 2014 sono di fatto deleverage forzato delle banche, ma anche riduzione del loro debito estero. E ancora, il deleverage o repayment del debito nel settore non bancario è stato ancora maggiore, visto che nel solo quarto trimestre del 2014 ammontava a 34,8 miliardi di dollari: forzato? Non programmato? Non si sa, comunque è stato fatto. Quindi, solo nel terzo e quarto trimestre dello scorso anno le redemption bancarie erano programmate a quota 45,321 miliardi dollari e quelle del settore privato a quota 72,684 miliardi: in parole povere, 118 miliardi di dollari, oppure il 78% degli outflows di capitale dalla Russia nel 2014, erano redenzioni del debito nel settore degli istituti di credito e corporate. Insomma, non investitori che scappano o bank-run sui conti correnti ma un repayment parzialmente forzato del debito esistente. I rimanenti 33 miliardi di outflows sono riconducibili a dollarizzazione dei conti dei cittadini (ovvero la conversione dei rubli in dollari o altre valute), gli effetti forex sulle detenzioni di biglietti verdi o altre monete e i cambi di valutazione proprio delle riserve auree. 

 

 


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