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SPY FINANZA/ La "guerra" che serve agli Usa e alla Fed

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Insomma, certo i numeri degli outflows sono grandi, ma ciò che viene visto da molti analisti come il crollo imminente dell'economia russa potrebbe invece essere letto come il miglioramento dello stato patrimoniale del Paese e la riduzione del suo debito estero. Un qualcosa di tanto brutto? Ma come vi dicevo prima, Mosca non è solo in questa dinamica. Guardate il primo grafico a fondo pagina: quando si parla di creditori esteri degli Stati Uniti, solo due nomi contano (a parte quel Belgio usato da qualcuno come proxy anomimo attraverso Euroclear per acquisti di Treasuries): Giappone e Cina. Con una differenza, il Giappone in ossequio all'Abenomics ha visto salire le sue detenzioni a un controvalore da record storico di 1,242 triliardi, mentre la quota di debito in mano a Pechino è rimasta pressoché uguale dall'estate del 2011, salvo vedere un calo lo scorso luglio al minimo dal gennaio 2013 di 1,250 triliardi di dollari. Come ci mostra il grafico a fondo pagina, infatti, negli ultimi due anni le detenzioni nipponiche di debito Usa sono salite di 150 miliardi, grazie alla pressione della Bank of Japan verso cittadini, banche e fondi pensioni affinché acquistassero carta statunitense in cerca di una rendimento, mentre quelle cinesi sono rimaste piatte. 

Se questa dinamica sarà proseguita, quando verranno presentati i dati Tic di dicembre dal Tesoro Usa, si potrebbe scoprire che la Cina non è più il maggior creditore estero degli Stati Uniti, scalzata dal pressoché insolvente Giappone con il suo 250% di ratio debito/Pil: decisamente mani sicure a cui affidare il proprio futuro, visto che Tokyo se non vuole vedere collassare il proprio mercato obbligazionario deve monetizzare forzatamente tutte le sue nuove emissioni lorde di debito. Inoltre, la Cina sta muovendosi anche su un altro fronte. Ieri infatti la Borsa cinese è letteralmente crollata, con l'indice Shanghai Composite che ha chiuso sotto del 7,7%, la caduta più fragorosa dal 2008 e capace di azzerare i guadagni da inizio anno dopo il blocco imposto sul margin trading a tre dei più grandi broker del Paese. 

Le autorità cinesi stanno infatti attuando un giro di vite sui margini degli investimenti perché temono che un rialzo delle azioni di oltre il 60% negli ultimi mesi sia insostenibile e possa essere fonte di instabilità, dopo la graduale apertura a investitori esteri dell'hub borsistico tra Shanghai e Hong Kong che permette di acquistare azioni quotate nel listino principale cinese. Cosa vi avevo detto il 13 gennaio in questo articolo? Ancora una volta tutto è connesso: la Fed ha bisogno di un alibi serio per riattivare la stamperia, altrimenti Wall Street crollerà a tal punto da far sembrare il 2008 una passeggiata nel parco. 

Il prezzo del petrolio, come visto, non basta come pretesto, serve solo come "oil weapon" contro la Russia, attaccata sia dal fronte dell'export, sia da quello delle sanzioni, sia da quello di fatto bellico della questione ucraina. Ma la Russia, come vi ho spiegato varie volte, sta dando vita a sempre più accordi economici bilaterali con la Cina, oltretutto su base rublo-yuan, bypassando ulteriormente il ruolo di benchmark del dollaro, oltre che chiudere un accordo di cooperazione dopo l'altro con l'Iran, altro "grande satana" per gli Stati Uniti e bersaglio sempre nel mirino di Washington. Inoltre, Mosca - come avete visto - sta scaricando debito pubblico Usa e comprando oro, quindi dedolarizzando ulteriormente il suo status finanziario, mentre la Cina non solo sta anch'essa comprando oro con fame sempre maggiore, ma ormai non è più il primo detentore di debito Usa, visto che sta per essere superata dal Giappone: Tokyo compra come non ci fosse un domani per non far crollare l'indice Nikkei, esattamente come la Fed vorrebbero ricominciare a fare per sostenere Wall Street e Pechino non compra più, mantiene le sue detenzioni contrapponendo alla "oil weapon" Usa la sua "debt weapon" verso Washington. Ma Cina e Russia sono anche l'asse che finora ha garantito alla Siria di non venir attaccata su larga scala dalla coalizione a guida statunitense, tanto che dallo scorso agosto Usa e alleati hanno cominciato a bombardare nel Paese mediorientale proprio le postazioni dei principali nemici del regime di Assad, ovvero l'Isis.

Proprio sicuri? Guardate l'ultimo grafico, pubblicato dal Wall Street Journal e non dalla Gazzetta di Damasco: da quando sono cominciati i raid alleati, il territorio sotto il controllo dello Stato islamico è più che triplicato. I piloti statunitensi hanno una pessima mira o forse invece che missili sganciano rifornimenti e kit di sopravvivenza, proprio come quelli trasportati dalle nostre volenterose cooperanti, Greta e Vanessa? O forse fa comodo che a fare il lavoro sporco contro Assad sia il sedicente Califfato, il quale, una volta arrivato al potere o quasi, finirà come i talebani post-11 settembre e darà il pretesto a Washington per l'ennesima guerra contro il terrore - cui nessuno potrà opporsi, salvo venire tacciato di supportare tagliagole e lapidatori di donne - e alla Fed un pretesto, questa volta serio, per riattivare la stamperia in ossequio alla più classica "warfare economy"? Pensateci su.