BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA/ Quello spregiudicato decreto "future" sulle Popolari

InfophotoInfophoto

Nel “renzismo” che l’Italia ha avuto modo di conoscere - con esiti alterni e spesso discutibili - c’è anche una qualche capacità di individuare terreni d’intervento prioritari sia per l’emergenza economica che per gli sviluppi politici. Ora è indubbio che la “questione bancaria” (Il Sussidiario da tempo l’ha identificata così) è rilevante e prioritaria. Famiglie e imprese - fra credit crunch e risparmio tradito - hanno avuto ampio modo di disamorarsi delle loro banche. In parte a torto dopo la crisi del 2008 e la sua gestione; ma comunque proprio in quei “territori” in nome dei quali ora si alza qualche barricata contro il “decreto Popolari” (per la verità più da parte del populismo politico che dai vertici del grande credito cooperativo). 

Last but not the least: Renzi non ha mai sbagliato una mossa sulla scacchiera delle relazioni istituzionali al massimo livello. Ora, da poche settimane l’interlocutore per la vigilanza bancaria è sì un italiano, ma abita a Francoforte. Si chiama Mario Draghi e giusto tra ventiquattr’ore affronta “la madre di tutte le battaglie istituzionali”: la riunione decisiva del consiglio Bce sull’avvio del quantitative easing nell’area euro. Un passaggio tuttora incerto: bloody, nel gergo anglosassone, a metà fra “sanguinoso” e “fottutamente difficile”, contro le resistenze tedesche. Bene: è difficile contestare a Renzi una forzatura (grossa) sul versante bancario nazionale per aiutare il più possibile il presidente (italiano) della Bce a respingere al mittente le sprezzanti accuse finali di voler fare solo il gioco di un’Europa mediterranea in bancarotta.

Lo stress-test che a fine ottobre ha inaugurato l’Unione bancaria, giusto o sbagliato, ha mandato dietro la lavagna europea un “cattivissimo” (il Montepaschi di Siena) e un cattivo (Carige). L’unico modo in cui Draghi domattina potrà parlarne all’Eurotower - se interpellato - come di casi “in via di soluzione avanzata” sarà esibire il “decreto Popolari” di ieri: sarà dire che il governo italiano ha avviato una manovra organica di politica creditizia, tale da lasciar prevedere che entro i prossimi 18 mesi una serie pilotata di aggregazioni porterà il sistema bancario italiano a nuovi livelli di consolidamento (tali, fra l’altro, da reggere un eventuale ripartizione del rischio dei futuri acquisti di titoli di Stato italiano fra la Bce e la Banca d’Italia, cioè il sistema creditizio domestico). Draghi dovrà lasciar intendere che - come in Borsa già molti sommettono - una Ubi o una Bpm o altre Popolari (molto premiate dalla Borsa sui “rumor” di riforma) interverranno su Siena e Genova; e/o si fonderanno tra loro eliminando potenziali focolai di crisi.

È comprensibile che a Milano, Bergamo, Brescia, Verona, Modena, Sondrio, Bari i volti siano scuri (è anche vero che qualcuno ha già festeggiato in Borsa: così come a Mantova in molti festeggiarono quando il Montepaschi arrivò con un’offerta che non si poteva rifiutare sulla grossa Banca Agricola). Certo, nell’aria c’è un brutto odore di sconfitta per tutti se - dieci anni dopo le guerre bloody attorno ad AntonVeneta e Bnl - il sistema bancario italiano corre il rischio di essere ancora terreno di scorrerie e regolamenti di conti che nulla hanno a che fare con gli interessi reali del Paese. Va bene fondere-salvare Mps con Ubi e Carige con Bpm. Ma le “nuove Spa”, dopo, chi le difenderà dalle scalate? 

(Riproduzione vietata) 

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
22/01/2015 - Panizza non è affatto vero ciò che dice. (Giovanni T.)

Le popolari non hanno affatto diminuito gli impieghi a favore di famiglie e imprese. Secondo la Cgia di Mestre dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4 per cento, diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2 per cento. Lo stesso trend è stato registrato anche dalle banche estere: i prestiti sono diminuiti del 3,1 per cento. Non esiste nessun motivo sensato per cui noi dovremmo cedere i nostri risparmi a Banche che senza l'intervento delle banche centrali sarebbero quasi tutte fallite e che continuano a fare utili grazie soprattutto alla speculazione finanziaria e che quindi non avranno mai lo stesso impegno, la stessa conoscenza ed attenzione per la peculiarità del tessuto imprenditoriale del territorio.

 
21/01/2015 - QUESTO MI SEMBRA PER LO MENO CONDIVISIBILE (Massimiliano PANIZZA)

Concordo con lei che la fretta è cattiva consigliera e non è il caso di augurarsi singolar tenzoni sulle Popolari.....ma aihmè i capital ratio sono li che parlano e la diminuzione di impieghi a favore di famiglie e imprese in misura percentuale maggiore rispetto agli altri è un dato che deve far riflettere. Speriamo in bene e sennò che vinca il mercato per una volta tanto e non i soliti noti !