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Economia e Finanza

FINANZA/ Quello spregiudicato decreto "future" sulle Popolari

Dieci banche popolari italiane avranno dieci mesi per trasformarsi in Spa: l’ha deciso ieri il Governo con un decreto, dice ANTONIO QUAGLIO, decisamente renziano

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È un “decreto Renzi-doc” quello approvato ieri sulle Banche popolari: da un Consiglio dei ministri svoltosi quasi in piedi, quasi fra le parentesi di una giornata in cui il premier e l’intera platea politico-istituzionale sono stati totalmente impegnati altrove (“Italicum” e Quirinale). Tanto che i “provvedimenti urgenti in materia creditizia” sono stati tolti e inseriti nell’ordine del giorno di Palazzo Chigi “ad horas”, a mercati aperti.

C’è tutto il “peggio”, ma nondimeno anche un po’ del “meglio” del renzismo nel “future” acceso a 18 mesi dal governo sulla trasformazione in Spa - praticamente “ad bancam” - delle prime dieci Popolari: Banco, Ubi, Milano, Emilia-Romagna, Sondrio, Valtellinese, Vicenza, Veneto, Bari. Non ultima, l’Etruria. C’è senz’altro il (cosiddetto) “peggio”: l’aggressività leaderistica e spregiudicata di Renzi, quella del resto già evidenziata pochi giorni fa nel codicillo “salva Berlusconi” inserito di soppiatto in un atto strategico come la delega fiscale. C’è un pezzo di Paese che dura da 160 anni e che vale un quinto dei depositi bancari buttato sul tavolo di Palazzo Chigi con insofferenza sbrigativa: cos’abbiamo oggi da giocarci sui social media e sui mercati? C’è il riformismo proclamato che però finisce sempre per parare su tentativi di rottamazione “a pronti”: quella - ad esempio - sempre meditata nei confronti di un banchiere-simbolo come Giovanni Bazoli, messo ora sotto nuova pressione dal decreto sul fronte Ubi. C’è sempre la Borsa che crea e distrugge centinaia di milioni di euro da un’ora all’altra sulle mosse febbrili di un premier “che non dorme mai” e che assomiglia talora al suo arcinemico Massimo D’Alema, soprannominato a suo tempo il merchant banker di Palazzo Chigi. C’è in fondo sempre di mezzo - in termini simbolici - il finanziere Davide Serra: un “amico del cuore” di Renzi, che di giorno gestisce da Londra fondi speculativi e di notte o nel weekend consiglia “le riforme di cui l’Italia ha bisogno”.

Nel blitz sulle Popolari, è vero, non manca neppure il (cosiddetto, presunto) “meglio” del renzismo. C’è anzitutto l’istinto di controbattere errori e lentezze altrui. Chi qui scrive, fa a tempo a ricordare il primo tentativo di un governo repubblicano di riformare le Popolari: era il 1992, l’esecutivo Andreotti-7, prima delle elezioni anticipate conclusive della Prima Repubblica, provò (senza convinzione e quindi senza esito) a trasmettere alle Popolari la scossa della trasformazione in Spa data due anni prima dalla legge Amato-Carli a Casse di risparmio e colossi pubblici. Renzi aveva allora 17 anni. Se ora che ne ha 40 ed è primo ministro maramaldeggia un po’ su un settore che ha sempre teso a rinviare il confronto aperto con il cambiamento, accusare lui di malizia pretestuosa serve a poco. (È’ vero che su un progetto di autoriforma delle Popolari stavano accelerando tre saggi del calibro di Alberto Quadrio Curzio, Piergaetano Marchetti e Angelo Tantazzi: perché non interpellarli, almeno, prima del decreto?).


COMMENTI
22/01/2015 - Panizza non è affatto vero ciò che dice. (Giovanni T.)

Le popolari non hanno affatto diminuito gli impieghi a favore di famiglie e imprese. Secondo la Cgia di Mestre dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4 per cento, diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2 per cento. Lo stesso trend è stato registrato anche dalle banche estere: i prestiti sono diminuiti del 3,1 per cento. Non esiste nessun motivo sensato per cui noi dovremmo cedere i nostri risparmi a Banche che senza l'intervento delle banche centrali sarebbero quasi tutte fallite e che continuano a fare utili grazie soprattutto alla speculazione finanziaria e che quindi non avranno mai lo stesso impegno, la stessa conoscenza ed attenzione per la peculiarità del tessuto imprenditoriale del territorio.

 
21/01/2015 - QUESTO MI SEMBRA PER LO MENO CONDIVISIBILE (Massimiliano PANIZZA)

Concordo con lei che la fretta è cattiva consigliera e non è il caso di augurarsi singolar tenzoni sulle Popolari.....ma aihmè i capital ratio sono li che parlano e la diminuzione di impieghi a favore di famiglie e imprese in misura percentuale maggiore rispetto agli altri è un dato che deve far riflettere. Speriamo in bene e sennò che vinca il mercato per una volta tanto e non i soliti noti !