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SPY FINANZA/ L'autogol di Draghi che può far male all'Italia

Pubblicazione:mercoledì 21 gennaio 2015

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Due possibilità, la prima vede il "tipping point" sostanziarsi nel momento in cui la Bce darà vita al Qe, ma i mercati rimarranno scettici sul suo impatto reflazionario. La seconda, la Bce non dà vita al Qe rimandandolo e il mercato si avvicina alle elezioni greche e ne vive gli sviluppi post-scrutinio senza il tangibile supporto della Bce. D'altronde, gli spread periferici negli ultimi mesi hanno ampliato la loro divergenza rispetto ai breakevens inflazionistici, ma se il Qe non riuscirà in tempi relativamente brevi a muovere un po' quelle aspettative legate al tasso di inflazione, il mercato comincerà a chiedersi le ragioni fondamentali di quella divergenza con gli spread e potrebbe agire per giungere a un riavvicinamento della curva. 

Certo, non sarà ora, non sarà qualcosa a brevissimo termine, ma la domanda resta e diventerà sempre più incalzante una volta che il Qe sarà iniziato realmente e non solo negli annunci e nelle prezzature anticipatorie di Borse e rendimenti obbligazionari. Anche perché una volta annunciato l'avvio e spiegati i dettagli operativi, non è escluso che il Qe porti con sé un'implicita maggior sensibilità degli spread periferici verso criticità che stanno colpendo altre asset class, cosa finora evitata: finché infatti il sogno Qe resta vivo, nessuno sul mercato è così pazzo da shortare l'opzione del "Draghi put", ma quando il sogno si cristallerizzerà per molte banche d'affari saranno proprio gli spread italiano e spagnolo quelli maggiormente influenzabili dagli scossoni su altri comporti del mercato, tanto che in questi giorni si consiglia di restare esposti al mercato periferico, ma fino a una duration di sette anni, restando cauti e guardinghi invece sulle scadenze più lunghe. 

Il perché della nostra presenza nel ristretto novero di chi potrebbe pagare subito un prezzo alla fine del bluff della Bce è presto detto, sintetizzato nell'ultimo Bollettino mensile dell'Abi. Cresce ancora, infatti, la rischiosità dei prestiti in Italia a seguito del perdurare della crisi. Lo scorso novembre le sofferenze, al lordo delle svalutazioni del sistema bancario italiano, hanno superato i 181 miliardi di euro, 1,8 miliardi in più rispetto al mese precedente e circa 31,5 miliardi in più rispetto a novembre 2013 (+21,1%). In rapporto agli impieghi, le sofferenze sono risultate pari al 9,5%, il valore più elevato da giugno 1998, ovvero da quando è iniziata la rilevazione, che si raffronta con il 7,8% dell'anno prima e con il 2,8% del 2007. 

Nel dettaglio, il rapporto ha raggiunto il picco del 16% per i piccoli operatori economici e del 15,9% per le imprese, mentre è salito al 6,9% per le famiglie consumatrici. Al netto delle svalutazioni, le sofferenze sono cresciute, sempre a novembre, a 84,8 miliardi di euro dagli 83 miliardi di ottobre e di 9,2 miliardi (+12,2%) rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Pertanto, il rapporto sofferenze nette/impieghi totali si è attestato al 4,67% (4,61% a ottobre e 4,05% a novembre 2013). A dicembre, inoltre, la raccolta bancaria generata da depositi e obbligazioni è risultata pari a 1.701 miliardi di euro, in calo dell'1,6% su base annua: prima della crisi l'ammontare della raccolta bancaria era di 1.513 miliardi di euro (+188 miliardi dalla fine del 2007 ad oggi), di cui 1.000,5 miliardi di depositi da clientela (+258 miliardi dalla fine del 2007) e 512,2 miliardi di obbligazioni (-70 miliardi). 

Sarebbe davvero ironico se a piantare il chiodo sulla bara dell'eurozona dovesse essere proprio l'implementazione da parte della Bce di quanto quasi tutti le chiedono dal 2012 in poi, ovvero il Qe. Come al solito sono troppo pessimista? Me lo auguro davvero questa volta. Ma c'e un fatto che mi fa temere ulteriormente e che darebbe un senso ulteriore all'azione choc della Banca centrale svizzera: dopo l'Olanda, che alla fine di novembre aveva rimpatriato tutte le 122 tonnellate di oro stoccato all'estero, ieri la Bundesbank ha confermato che nel 2014 ha rimpatriato a sua volta 120 tonnellate, 85 dalla Fed e 35 dalla Banque de France, che ora riposano al sicuro nei caveau del numero 14 di Wilhelm-Epstein-Straße a Francoforte. Ma come, dopo che nel 2013 aveva rimpatriato solo 5 tonnellate e poi sospeso le operazioni per non meglio precisate «difficoltà diplomatiche", ora scopriamo non solo che in un anno ha riportato a casa 120 tonnellate di oro, ma che il piano prosegue e che prevede il rientro di tutte le riserve custodite all'estero entro il 2020, come mostra questo grafico? 

Sapete quali erano le diffcoltà diplomatiche? Che la Fed di New York non aveva l'oro fisico da consegnare a Berlino, ma non voleva che si sapesse, quindi ha chiesto pazienza ai tedeschi e non appena ha incamerato il quantitativo sufficiente, prelevandolo dalla Banca centrale ucraina un mese e mezzo fa, il trasferimento è avvenuto in tutta tranquillità. Ma al netto della gratitudine teutonica verso Kiev, la domanda è: perché la Germania rimpatria l'oro a questa velocità? Ha paura di non trovarlo più o vuole essere pronta per quando se ne andrà dall'eurozona, per sua volontà o per implosione della stessa e nascerà il nuovo marco gold-backed, moneta capace di fare tranquillamente concorrenza al dollaro?

 



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