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SPILLO / Draghi (con Renzi): un pareggio d'oro in trasferta

Pubblicazione:giovedì 22 gennaio 2015 - Ultimo aggiornamento:giovedì 22 gennaio 2015, 21.40

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Non l'avrebbe fatto se al vertice della Bce ci fosse stato un oscuro funzionario nordeuropeo (una controfigura di Jean-Claude Juncker) e non un banchiere internazionale allevato in due scuole d'eccellenza: la Banca d'Italia di Carlo Azeglio Ciampi e la Goldman Sachs.

Ma - anche se non lo farà mai - la Bundeskanzlerin sa che deve ringraziare un altro "mediterraneo": il premier italiano Matteo Renzi. Che - durante il semestre di presidenza italiana della Ue - ha cominciato a "sbattere la porta dall'interno": a dire che la crisi economica europa - "whatever was originated" - aveva bisogno di soluzioni nuove, subito. E Renzi non è un demagogo ancora in attesa di entrare nella stanza dei bottoni (come il greco Alexis Tsipras); né l'espressione di un anti-europeismo oscuro (quella di Marie Le Pen); oppure di una decadenza ambigua: quella alla fine incarnata dal presidente francese Francois Hollande. È uno che l'altro giorno ha cambiato per decreto un pezzo di sistema bancario italiano come le Popolari. Una fiche in più nella manica di Draghi nell'ultima mano di un giro di carte pesantissimo.

Draghi la sua partita l'ha vinta: e nei confronti del suo Paese d'origine ha probabilmente saldato il conto lasciato virtualmente aperto da quando - più di tre anni fa - firmò la lettera che obbligò l'Italia a un'austerity che forse non meritava. Renzi dal canto suo, ha portato a casa un round di primo livello sul piano della credibilità esterna. Ora dovrà convincere gli italiani che il credito (letterale) conquistato ieri da Draghi va speso e bene. Anche perché è l'ultimo.



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