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FINANZA E POLITICA/ Dietro il "nì" delle Popolari al blitz di Renzi

Pubblicazione:venerdì 23 gennaio 2015

Ettore Caselli, Presidente di AssoPopolari Ettore Caselli, Presidente di AssoPopolari

Il diktat sul passaggio forzato dalla cooperativa alla Spa - dicono - espone le Popolari italiane a scalate estere e l’Azienda-Italia alla perdita potenziale di una storica infrastruttura di intermediazione di risparmio delle famiglie e credito per le imprese. 

Dunque - come Mario Draghi nell’estate 2012 per l’euro - le Popolari italiane sono anzitutto intenzionate a fare whatever it takes, qualunque cosa si renda necessaria, per “far venir meno” il decreto e difendere a oltranza la loro “identità cooperativa”. Orientamento molto impegnativo, che esporrà la categoria alla prevedibile “narrazione renziana” di un Paese che soffre a causa di lobby e di rendite di posizione.

È vero che il confronto avverrà in Parlamento: sarà lì - come per infiniti altri momenti di governo e di cambiamento - che si misurerà chi e quanto rappresenta veramente “quale Paese”. Se il governo “di domani” o le Popolari “di ieri e di oggi”, tradizionalmente trasversali nella società e nell’economia e politicamente forti a Roma (lo si è visto anche nelle prime reazioni verbali, che hanno spaziato da Lega a MS5 a una forza della maggioranza come l’Ncd) . Non è un caso che - lungo un quarto di secolo - nessun progetto di riforma radicale del comparto abbia mai visto la luce in sede parlamentare. E poi non mancano precedenti importanti: ad esempio, quello delle Fondazioni messe nel mirino da Giulio Tremonti nella finanziaria 2001.

Anche l’Acri, a caldo, sembrava in forte difficoltà di fronte a un blitz che di fatto ritrasferiva al governo i poteri di nomina dei vertici e di gestione del patrimonio. Eppure con una tessitura tenace fra aule parlamentari e sedi della giustizia amministrativa, Giuseppe Guzzetti riuscì a strappare infine addirittura una garanzia costituzionale per i suoi enti: tutt’altro che popolari sui mercati e sulla grande stampa, ma pesanti come “pezzi di paese reale”. Se comunque Tremonti ammise sportivamente la sconfitta, fu il suo successore al tesoro Domenico Siniscalco a incassare subito un’importante contropartita: un miliardo versato da 66 Fondazioni nella nuova Cassa depositi e prestiti, necessaria per stabilizzare il bilancio statale. E fu poi lo stesso Tremonti - tornato in via XX Settembre fra il 2008 e il 2011 - a contare sull’alleanza strategica delle Fondazioni (e delle banche da loro controllate) per tutte le iniziative Cdp su cui lo stesso Renzi sta ora cercando di far leva: dai fondi infrastrutturali a quelli di social housing, a quelli di sviluppo e garanzia crediti per le medie imprese.
Il governo - da parte sua - ha fissato un termine di 18 mesi per la trasformazione obbligatoria in Spa - si è già detto nei fatti disponibile a un confronto, apparentemente negato dalla forma-decreto. Fin d’ora si annuncia importante il ruolo della Banca d’Italia, finora silente, neutrale sia rispetto alla mossa diretta del governo sul Testo unico bancario, ma anche rispetto alle Popolari sotto assedio. Il cambiamento delle Popolari si profila anzi come un primo test importante nell’aggiustamento dei rapporti fra nuova vigilanza centralizzata presso la Bce e “vecchie” vigilanze nazionali.


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