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Economia e Finanza

ELEZIONI GRECIA/ Pelanda: ecco perché non bisogna "aver paura" di Atene

Le elezioni in Grecia sono state negli ultimi giorni motivo di preoccupazione anche per la tenuta dei paesi eurodeboli. CARLO PELANDA ci spiega perché non bisogna temere Atene

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I toni eurodivergenti della campagna elettorale in Grecia, le risposte europunitive della Germania, nonché l’amplificazione del caso da parte della stampa hanno dato l’impressione che ci sia una questione greca irrisolvibile. La vittoria dell’estrema sinistra alimenta il timore di uno scenario catastrofico con riverberi distruttivi su tutta l’Eurozona e, in particolare, sull’Italia in termini di crisi di fiducia sul debito innescata per contagio da un’insolvenza greca. La realtà è diversa: il caso è certamente difficile, ma né il nuovo governo greco, né l’Ue, nonché la Germania, vorranno creare le condizioni per l’uscita di Atene dall’euro. Pertanto lo scenario più probabile è che si trovi una composizione tra l’ordine contabile imposto dall’Eurozona e l’impossibilità di rispettarlo da parte della Grecia.

Infatti, la Borsa di Atene è cresciuta del 6% venerdì scorso e, più, importante il mercato internazionale non ha scontato un peggioramento del grado di affidabilità degli eurodebiti più esposti a un eventuale contagio. Dopo la perdita del 25% del Pil e una disoccupazione superiore al 20% della forza lavoro, a causa dell’austerità imposta dalla troika (Eurozona, Ue e Fmi) che ha commissariato Atene, è evidente che la popolazione greca sia stremata. Queste condizioni rendono impossibile a qualsiasi parte politica, destra o sinistra che sia, di governare con sufficiente consenso se non le viene concesso un aiuto per innescare una ri-crescita rapida dell’economia.

Metà di questo aiuto verrà nel 2015-16 dalla svalutazione dell’euro che promette un boom del turismo, settore trainante in una Grecia con poca industria. Infatti, la crescita ora prevista per il Pil greco nel 2015, vicina al 2%, potrebbe raddoppiare e continuare robusta nel 2016. Ma un’altra metà dovrà venire dalla possibilità di aumentare la spesa pubblica, o simile, a favore di quella parte di popolazione che in precedenza lavorava con stipendio statale poi tagliato o eliminato dalla politica di riequilibrio contabile e che non trova altra occupazione.