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SPY FINANZA/ Gli otto "nemici" del Qe targato Bce

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Al netto di yield che non mi garantiscono quasi più carry-trade sui differenziali del costo del denaro, infatti, se devo investire sarò psicologicamente portato a farlo dove davvero il rischio è quantomeno zero, ovvero verso i cosiddetti “safe haven”, non certamente rappresentati dai debiti di Roma e Madrid o dalle loro sottostanti e asfittiche previsioni di crescita e dinamiche macro. Attenzione, quindi: il Qe potrebbe comprimere talmente tanto i differenziali - e quindi le prezzature di rischio del mercato - da ottenere l’effetto inverso a quello desiderato, quindi fuga verso i beni rifugio e spread periferici che torneranno a salire, esattamente come accadde dopo il programma di acquisto Smp che la Bce mise in capo nel picco della crisi dei debiti sovrani.

Ottavo, la Bce ha creato frizioni politiche tra i suoi membri che potrebbero conoscere una pericolosa escalation futura - già nei giorni scorsi si è registrato un duro faccia a faccia tra Bundesbank e governo italiano - una volta che il Qe si sia trasformato di fatto in un carry trade negativo per le banche centrali, ovvero quando l’interesse sulle riserve in eccesso comincia a salire sopra il livello di rendimento che gli istituti ricavano dalle loro detenzioni obbligazionarie. Questi argomenti politici potrebbero ridurre il coordinamento tra le politiche di governi e banche centrali o anche mettere in discussione la stessa indipendenza di queste ultime in un futuro abbastanza prossimo (ammesso e non concesso che ancora siano indipendenti).

Le argomentazioni politiche potenziali sono poi maggiori nell’area euro a causa del suo status di frammentazione, basti notare l’acuirsi delle differenze politiche tra membri “core” come la Germania e membri della cosiddetta “periferia” subito dopo l’annuncio del Qe, un qualcosa che potrebbe aver già seppellito del tutto l’ipotesi, molto peregrina, di un processo di avvicinamento a tappe graduali verso unione fiscale e politica dell’Ue. Esempio lampante della frammentazione e della divisione politica imperante, è la decisione della Bce si porre il tetto della condivisione di rischio sugli acquisti obbligazionari solo al 20%, ponendo l’80% sulle spalle della Banche centrali dei vari Paesi.

E attenzione, perché è vero che gli acquisti toglieranno debito potenzialmente a rischio dai portafogli dei creditori esteri, rendendo paesi anche grandi come l’Italia meno pericolosi e sistemici per l’eurozona in caso di ristrutturazione o default, ma se una di queste due ipotesi dovesse incorrere e i mercati dovessero cominciare a dubitare della sostenibilità del debito di uno Stato, il bilancio di Target2 si espanderebbe, causando un aumento esponenziale dell’esposizione della Bundesbank verso il resto dell’area euro, questo senza alcuna correlazione con il grado di compartecipazione del rischio deciso dalla Bce per il programma di stimolo. Insomma, quella quota 20% pone più interrogativi politici sul grado di convinzione e adesione che i vari Paesi hanno verso il progetto comune europeo che reali vincoli di tenuta delle finanze dei vari Stati in caso di default di uno o più membri.

E c’è dell’altro che pesa più a livello di percezione emozionale e storiografica che non direttamente economica o finanziaria in questo Qe e rappresenta il vero motivo sia dell’ostruzionismo della Bundesbank in sede di decisione sui dettagli operativi del Qe, sia dell’attacco durissimo che Berlino ha mosso contro Draghi e contro l’Italia subito dopo il suo varo: ce lo spiega questo grafico più di mille parole. Anzi, ne bastano due: Weimar reloaded.