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SPY FINANZA/ Gli otto "nemici" del Qe targato Bce

MAURO BOTTARELLI, dopo la sua prima analisi, ci offre altre otto ragioni per cui il Quantitative easing della Bce potrebbe, nel medio termine, trasformarsi in un incubo

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Pensate che con l’articolo di sabato io abbia concluso la mia analisi sulle criticità insite nel Qe lanciato giovedì scorso dalla Bce? Sbagliate. Eccovi altre otto ragioni per cui quanto appena deciso dall’Eurotower potrebbe, nel medio termine, trasformarsi in un incubo. Primo, i rendimenti obbligazionari ai minimi possono aumentare i deficit di fondi pensione e assicurazioni, ponendoli nella condizione di dover prestare da subito preoccupata attenzione alla necessità di fare matching su assets e libialities. Già nelle ultime settimane si è registrato un ampio allargamento dei deficit dei fondi pensione, con quelli britannici tornati addirittura al livello dei massimi registrati nel maggio 2012. E in aree dove le restrizioni regolatorie sono stringenti, come l’Europa, deficit ampi inducono fondi pensione e assicurazioni a scappare ulteriormente da equities e altri assets a rischio, dirigendosi verso il reddito fisso. Anche per questo, scordiamoci che gli effetti del Qe della Fed siano replicabili in Europa.

Secondo, il Qe sta creando un regime di rendimenti molto bassi ma anche di alta incertezza. In ultimo, il Qe rende più complicata l’uscita delle Banche centrali da operazioni di stimolo e fa salire il rischio di incorrere in un errore politico o nell’aumento delle percezioni riguardo la monetizzazione del debito. Insomma, può potenzialmente creare bolle sugli assets proprio abbassando i rendimenti degli stessi così tanto rispetto alla normalità storica da rendere un eventuale ritorno a politiche convenzionali un percorso costellato di criticità, prima della quali un netto calo del prezzi degli assets. Inoltre, la percezione di potenziali bolle può anche aumentare l’incertezza sul lungo termine, un qualcosa che potrebbe innescare paradossalmente una reazione deflazionistica da parte delle aziende, ovvero spostare in avanti spese e investimenti alla ricerca di una direzione e di maggiore chiarezza sui mercati.

Terzo, gli spread ultra-bassi sul credito e i rendimenti sulle obbligazioni corporate sono una diretta conseguenza del Qe, ma non sono esenti da distorsioni. Garantendo potenzialmente ad aziende inefficienti e improduttive di sopravvivere, proprio grazie ai costi bassissimi del servizio del debito, il Qe può fare in modo che si eviti il processo di distruzione creativa schumpeteriana tipico di un normale e sano ciclo economico: così facendo, si rischia di rendere le economie dei vari paesi meno efficienti e meno produttive sul medio-lungo termine, esattamente l’opposto di quanto serve - ad esempio - alla cosiddetta “periferia”.

Quarto, gli effetti di benessere legati al Qe non sono affatto redistributivi, visto che dall’aumento dei corsi azionari e del mercato immobiliare beneficiano per la gran parte i detentori principali dei beni, ovvero chi è già ricco. I risparmiatori, che sono di fatto “long” sui risparmi, vedono un’erosione dei loro redditi e beni: questa dinamica di fatto si aggrava se relativizzata all’area euro, vista la poca propensione dei cittadini medi verso l’investimento nel mercato azionario e quindi il limitato effetto di benessere e fiducia che l’aumento dei corsi può generare, un qualcosa di differente dal Qe della Fed visto il livello di esposizione dell’americano medio al rischio sulle equities come forma di investimento primaria.

Quinto, il Qe può esacerbare la guerra valutaria già ora in atto. Da un punto di vista politico, la decisione della scorsa settimana della Banca centrale danese di portare ulteriormente in negativo il suo tasso sui depositi allo 0,30% e quella della Banca centrale svizzera non solo di abbandonare il peg difensivo per il franco attraverso un tasso di cambio minimo fisso contro l’euro ma anche di abbassare anch’essa il tasso sui depositi addirittura a -0,75% mostrano già oggi quanto stia diventando difficoltoso per i paesi non euro ma europei seguire la discesa verso livelli di cambio sempre più bassi della moneta unica. I principali competitor dell’area euro nei mercati emergenti e in quelli sviluppati, poi, sentiranno la pressione data dal forte deprezzamento dell’euro e questo li indurrà a politiche di stimolo o di contrazione: nei Paesi emergenti le guerre valutarie sono il risultato tipico di un intervento monetario o di accumulazione di riserve in valuta estera o, in casi estremi, di controlli sul capitale, un qualcosa che porta immediatamente gli investitori obbligazionari del paesi sviluppati verso un ritorno sui loro mercati, sostanziando pericolose fughe di capitali.