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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Gli "indizi" che portano la Grecia fuori dall'euro

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Ora, come sapete a me la troika non sta certo simpatica e nemmeno l'Ue così com'è ma forse i greci dovrebbero anche fare un bel mea culpa se sono conciati in questa maniera, voi cosa ne dite? Diversa è la questione riguardo le ricette utilizzate per "salvare" il Paese dopo la crisi, ma anche qui il problema risale a monte, ovvero ai primi anni dell'euro e allo sviluppo delle dinamiche monetarie all'interno dell'Unione, un qualcosa che vale anche per noi e per tutta la "periferia" e che fa dire a molti come l'euro sia solo il vecchio marco tedesco con un altro nome. Se oggi i greci sono più indebitati (ratio debito/Pil al 180%, 20% in più dai livelli post-ristrutturazione del 2012) e se dei 254 miliardi di fondi forniti al Paese da Ue e Fmi solo l'11% è stato usato per finalità non finanziarie, ovvero l'economia reale (oltre la metà è stato utilizzato per il servizio del debito e un altro 19% per ricapitalizzare le banche) è certo colpa degli errori dei governi ellenici precedenti e anche del programma di austerity-salvataggio, ma la radice del male sta nell'eccessivo apprezzamento del tasso di cambio reale per i Paesi della "periferia" dell'eurozona fin dalla creazione della moneta unica, il prodromo della crisi dei debiti sovrani del 2010-2011. Vediamo di partire da principio. 

Il tasso reale effettivo di cambio è una media ponderata della valuta di un Paese nei confronti di un indice o paniere di altre maggiori monete al netto degli effetti dell'inflazione: se questo si apprezza, i beni e servizi dei quella nazione diventano più cari sui mercati internazionali e, quindi, per evitare di perdere quote di mercato si può cercare di svalutare la propria moneta per operare l'offsetting sul differenziale più alto dell'inflazione domestica. Parlando dell'eurozona, però, sono solo i differenziali dei livelli di prezzo a interessare, visto che la valuta nominale è la stessa tra tutti i partner commerciali: in parole povere, per migliorare la propria competitività, ogni Stato membro non può ottenere alcun aiuto dal tasso di cambio ma solo dall'abbassamento dei costi. Qual è quindi il problema greco, il "G-factor"? Semplicemente, una critica caratteristica dell'economia greca è stata enormemente sottovalutata. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra l'evoluzione del tasso reale effettivo di cambio in un gruppo di nazioni dell'eurozona a partire dal 2000. Fino al 2009, la Grecia era seconda solo all'Italia - ebbene sì, ora capite tante cose vero? - per livello di apprezzamento del tasso reale effettivo di cambio, una sopravvalutazione particolarmente netta soprattutto nei confronti della Germania - ma guarda un po' -, la quale invece durante quel periodo era in modalità deflattiva sul cambio, a tutto beneficio dell'export. 

Questa dinamica ha lasciato la Grecia in una posizione di non competitività totale e sempre più dipendente dal credito estero, quando però nel 2010 i creditori internazionali hanno chiuso i rubinetti, boom! A quel punto il governo greco doveva trovare un modo rapido per recuperare competitività, cioè ricorrere a una svalutazione competitiva attraverso l'abbassamento spietato di costi e salari, uno shock brutale per l'economia greca e la vita dei cittadini, visto che in pochi anni quel tasso reale effettivo di cambio era tornato a livelli tedeschi! Il tutto mentre gli altri membri della cosiddetta "periferia" diedero vita a un'inversione del processo di aggiustamento dopo la crisi (e temo che in un futuro non troppo lontano ne pagheranno i costi, noi per primi). Bene, quel meccanismo di aggiustamento imposto a un'economia come quella greca ha dato vita alla macelleria sociale che oggi vediamo in mille reportage: se infatti in un Paese vige un criterio di redistribuzione abbastanza valido, anche un taglio del 20% permette di campare, pur facendo sacrifici. Ma in un Paese dove pochi guadagnano molto e la maggioranza poco come la Grecia, tagliare il 20% per pochi non ha impatto troppo negativo, ma per molti diventa la linea di demarcazione tra vivere e sopravvivere a malapena.