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SPY FINANZA/ La "tempesta" americana che preoccupa i mercati

Pubblicazione:mercoledì 28 gennaio 2015

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Ecco cosa (non) hanno ottenuto le banche centrali dal 2009 a oggi ed ecco perché gli investitori sono, di fatto, come il "vecchio onesto ministro" di Andersen. Anche perché il fallimento più grande di queste politiche risiede nel fatto che l 'incapacità di generare fin qui inflazione significa che le banche centrali sono impotenti nel prevenire un netto rialzo dei tassi di interesse reali per la prima volta dagli anni Trenta del secolo scorso. La maggior parte delle persone continua a ritenere irrilevante un aumento dei tassi reali di interesse, visto che a loro dire questo subisce un offset dal calo dei prezzi petroliferi che per i consumatori si sostanzia di fatto come un taglio delle tasse: ma non è da prendersi troppo per acclarata questa dinamica, visto che a oggi il tasso di inflazione Usa è al livello più basso dal 1961, se togliamo il dato relativo al picco della crisi finanziaria. 

Ed è istruttivo ricordare come per l 'ex governatore della Fed, Ben Bernanke, la deflazione fosse un rischio assolutamente da evitare, citando la definizione che di essa diede a un convegno a Washington il 21 novembre del 2002. Eccola: «La deflazione è in quasi tutti casi un effetto collaterale del collasso della domanda aggregata, un calo così netto nelle spese che i produttori devono tagliare i prezzi su una base on-going, in divenire, per trovare dei compratori. Gli effetti sull 'economia di un episodio deflazionistico, per la gran parte, sono simili a quelli di un altro caso di forte declino della spesa aggregata: ovvero, recessione, aumento della disoccupazione e stress finanziario». Insomma, per Bernanke la Banca centrale doveva fissare l 'inflazione entro il cuscinetto di sicurezza garantito dal range 1-3% per evitare drammatici rialzi dei tassi di interesse reali: ma nulla è stato fissato e l 'America ora si scopre a dover fare i conti proprio con lo spettro che ormai alberga in Europa, proprio quello della deflazione. 

Guardiamo qualche esempio e qualche criticità che la Fed dovrà più prima che poi affrontare. Il primo grafico a fondo pagina mette in comparazione i breakevens dei tassi di inflazione a 5 e 10 anni con il Pil e nonostante la vulgata che vuole l 'economia Usa in ripresa, parecchi dati di cui vi ho parlato la scorsa settimana (prezzi di petrolio, rame, legname ma anche i tassi per le spedizioni) ci mostrano invece un rallentamento dell 'attività: il trend attuale e i tassi di interesse confermano la medesima cosa, visto che il denaro continua a ricercare sicurezza in modalità di avversione dal rischio. Ma andiamo avanti, dove il secondo grafico ci mostra che i corsi azionari hanno sempre avuto una stretta correlazione con i breakevens dei tassi di inflazione, un qualcosa di assolutamente sensato visto che l 'inflazione dovrebbe essere correlata a crescita economica e maggiore profittabilità. Ma come notate, da quando la Fed ha cominciato a inondare il mercato di liquidità alla fine del 2012 con il Qe3, i corsi dei mercati hanno cominciato a deviare da quella correlazione storica: il rischio, ora, è quello che ci sia un 'inversione verso i trend normali dovuta alle montanti pressioni deflazionistiche. 

Ora il problema è serio, perché con questo quadro ci dovremmo aspettare un rinvio almeno fino alla fine dell 'anno per l 'aumento dei tassi di interesse da parte della Fed, ma al tempo stesso temo che alla Federal Reserve sappiano che siamo alla vigilia di una nuova recessione economica, dinamica dalla quale non ci si può far sorprendere in modalità tassi a zero. E i fattori di pressione, come già detto, sono molti, non ultimo il calo del prezzo del petrolio. Molti sono stati colpiti dal dato di due settimane fa rispetto alle nuove richieste di sussidio di disoccupazione negli Usa, salite a quota 307mila, ma questa dinamica è direttamente legata al calo dei profitti e all 'aumento dei costi di produzione rispetto al prezzo di break-even al barile per molte aziende del settore petrolifero, le quali chiudono impianti e riducono il personale. E siccome nessuno sa quando verrà toccato il fondo per il calo del prezzo, stante anche le sempre maggiori variabili geopolitiche in atto tra Medio Oriente ed ex blocco sovietico, tocca ricordare la perfetta correlazione tra prezzo del petrolio, numeri di giacimenti operativi e numero di impiegati, come ci mostrano il terzo e il quarto grafico.

 

 

 


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