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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La "tempesta" americana che preoccupa i mercati

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Ora, bisogna tenere conto degli effetti del tasso di occupazione su altri ambiti economici, tanto più che i posti di lavoro nel settore energetico sono molto ben pagati, tanto da determinare un effetto moltiplicatore nell 'economia pari a 2,8 posti di lavoro per ognuno. C 'è poi dell 'altro ancora da tenere molto sotto osservazione, ovvero la reazione che produrrà negli Usa e nella loro economia il Qe appena lanciato dalla Bce, in primis sul cambio euro/dollaro. Già, perché un dollaro forte potrebbe rallentare sia la crescita che il tasso di inflazione, di fatto spingendo la Fed a bloccare il processo di aumento dei tassi, con i rischi che questo però comporta. 

Un dollaro apprezzato ha tre importanti implicazioni per l 'economia statunitense, i mercati e la politica. Primo, abbassa il tasso inflattivo quando invece la Fed vuole alzarlo attorno al 2%. Secondo, colpisce l 'export e con esso la crescita economica. Terzo, l 'attrattività per gli assets finanziari Usa potrebbe essere colpita dalla rinnovata attenzione dei regolatori verso possibili creazioni di bolle sugli assets. A oggi, gli Usa stanno importando la pressione al ribasso dei tassi di inflazione proprio attraverso i movimenti valutari, tanto che parlando a Davos nel giorno dell 'annuncio del Qe da parte di Mario Draghi, il segretario al Tesoro Usa, Jacob Lew, ha di fatto sottolineato come alcune mosse sui mercati valutari - leggi l 'inondazione di euro da parte della Bce - potrebbero portare a dinamiche distorsive, salvo poi dichiarare che «un dollaro forte è qualcosa di buono per l 'America». Non è vero. Cosa potrebbe fare quindi la Fed a breve, mandando un segnale da pelle d 'oca ai mercati globali e reclamando parecchie vittime tra gli operatori? Seguire l 'esempio di Svizzera e Danimarca, imponendo tassi negativi sulle riserve, le quali finirebbero quindi sul mercato e porterebbero come conseguenza tassi negativi anche sui depositi bancari, in parole povere un modo differente di svalutare il dollaro e dare un po ' di sollievo agli esportatori e all 'economia. Insomma, un 'interpretazione estrema dell 'obiettivo keynesiano di stimolare la domanda aggregata: se i risparmiatori non spendono - facilitando così il compito alle pressioni deflazionistiche - il governo, tramite la Fed, verrà a prenderseli attraverso tassi negativi. 

Ma attenzione, perché il dollaro forte è qualcosa che non può essere liquidata come fenomeno ciclico che trova nel mercato i suoi assestamenti, vista la sua personalità in perfetto stile Doctor Jekyll e Mr. Hyde, ovvero c 'è un "dollaro buono" che riflette la divergenza di politica economica e monetaria e che va in rally in maniera ordinata e limitata e c 'è un "dollaro cattivo" che si sgancia della politica monetaria e riflette invece una perdita di investitori a causa dell 'alta volatilità. E questo dollaro di impronta negativa sale di valutazione molto più velocemente dell 'altro e con effetti potenzialmente devastanti, soprattutto se si muove in maniera disordinata. 

Dopo mesi e mesi di ricerca disperata del rendimento da parte degli investitori, intenti a cercare un carry-trade visti i tassi a zero creati dall 'azione della Fed, ora la festa pare che stia finendo e ci lascia con alcune certezze non certo piacevoli, visto che a poco a poco l 'aumento della volatilità ci sta aiutando a scoprire quali erano bolle e quali trend basati sui fondamentali. Il boom delle commodities era certamente una bolla, il prezzo del petrolio a 100 dollari era anch 'esso parzialmente spiegabile con l 'atteggiamento degli investitori, le valute dei Paesi emergenti erano sopravvalutate, visto il livello di correzione attuale e, soprattutto, il livello di leva che reggeva gli short sul franco svizzero era inimmaginabile e tutto basato sull 'assunto, rivelatosi poi fallace, che la Banca centrale di Zurigo non avrebbe mai sganciato la sua valuta dal peg fisso di cambio minimo con l 'euro. 

Ora, apparentemente questi quattro trend non sono correlati ma hanno in comune una cosa, ovvero il livello di utilizzo della leva facilitato dalla politica di stimolo della Fed e dalla bassa volatilità che ha reso l 'esposizione al leverage un mercato ampio e affollato, quindi le correzioni - vedi il prezzo del petrolio - sono state più nette di quanto ci si aspettasse. E state certi che non saranno le uniche dinamiche simili che vedremo nel 2015, visto che in effetti il "taper" della Fed rispetto al suo programma di stimolo è poca cosa come currency e market-mover rispetto a un possibile aumento dei tassi di interessi da parte della stessa.