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SPY FINANZA/ Le nuove mosse nella guerra del petrolio

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Vladimir Putin e Barack Obama (Infophoto)  Vladimir Putin e Barack Obama (Infophoto)

La guerra sul prezzo del petrolio prosegue, sotto traccia ma sempre più estrema. Martedì il Wti ha vissuto un vero e proprio balzo all'insù, fino a testare di nuovo quota 46 dollari, in perfetto stile franco svizzero - come ci mostra il primo grafico a fondo pagina - sulla scorta della notizia che il ministro saudita per il Petrolio, Ali Al-Naimi, si stava incontrando con l'ambasciatore norvegese, Rolf Willy Hansen, con quello russo, Oleg Ozerov e con quello finlandese, Pekka Voutilainen, per discutere «riguardo la stabilità del mercato». Insomma, un segnale rialzista per qualcuno, ma già ieri sia il greggio che il Wti statunitense scendevano nuovamente sui minimi a causa del rafforzamento ulteriore del dollaro e del dato diffuso dalla American Petroleum in base al quale le scorte erano salite di 12,7 milioni di barili la scorsa settimana, il triplo del volume atteso, mentre poco dopo la Energy Information Administration annunciava che le scorte Usa di greggio commerciale erano salite di 8,9 milioni di barili, il massimo dal 1982 e contro un'attesa di 3,8 milioni, in ossequio alla strategia del "Deep State" di cui abbiamo diffusamente parlato. Ma oltre a questo, un altro segnale si andava a contrapporre allo spiraglio aperto dalla riunione tra feluche in Arabia Saudita. 

Parlando a una conferenza a Riyad, infatti, il presidente del compagnia petrolifera statale Aramco, Khalid al-Falih, ha ammesso che segretamente proprio l'Arabia Saudita ha aumentato la sua produzione fino a 9,8 milioni di barili al giorno, il livello di output più alto dallo scorso ottobre, in quella che appare una mossa per riconquistare la sua quota di mercato all'interno della guerra contro i produttori di shale oil statunitensi. Per al-Falih, «domanda, offerta e le regole dell'economia governeranno. Ci vorrà tempo prima che questa saturazione del mercato venga rimossa». E quando il Paese che di fatto ha imposto all'Opec di mantenere invariata la produzione a 30 milioni di barili al giorno lo scorso novembre decide che la guerra deve proseguire, c'è il forte rischio di escalation, tanto più che il Regno è in grado, alla massima potenza, di produrre fino a 12,5 milioni di barili al giorno, se necessario. Insomma, la prospettiva è quella di prezzi bassi ancora per parecchio tempo, nonostante solo il giorno prima proprio il segretario generale dell'Opec, Abdalla Salem el-Badri, avesse dichiarato in una conferenza a Londra che «se tagliamo la produzione allora ci sarà capacità di riserva e i produttori non investiranno o sposteranno più in là nel tempo i loro progetti. Il mercato rimbalzerà e lo farà a un livello maggiore dei 147 dollari al barile raggiunti nel 2008». 

E a darci una indiretta conferma del fatto che il famoso rimbalzo potrebbe necessitare di parecchio tempo prima di palesarsi ci pensano questi gli tre grafici a fondo pagina: il primo ci mostra un pattern storico tra le fasi di investimento e quelle di sfruttamento del petrolio come assets e vede l'attuale fase come inizio di una fase di sfruttamento; il secondo ci mostra in altra maniera il pattern temporale correlando la fase attuale 2008-2015 a quella del picco raggiunto nel giugno 1979 e terminata con il calo del dicembre 1985 sempre determinato dall'Opec; l'ultimo graficizza i cambiamenti di prezzo del petrolio dopo i passati periodi di mercato ribassista, prendendo in esame la media di 30 giorni. 

Nulla di certo, né di scientificamente provato, ma tre indizi spesso fanno una prova. Ma oltre all'Arabia Saudita, di fatto l'Opec, ci sono altri due attori sulla scena di questa guerra, ovvero Stati Uniti e Russia. Quest'ultima lunedì ha iniziato male la settimana visto che Standard&Poor's ha tagliato il rating di credito di Mosca da BBB- a BB+, con outlook negativo, di fatto portando il debito del Paese al livello "spazzatura", primo dei cosiddetti Brics a perdere l'investment grade. Sul giudizio hanno pesato sia il calo delle quotazioni del petrolio che le sanzioni economiche imposte da Usa e Ue a seguito del conflitto in Ucraina (e già oggi i ministri degli Esteri europei riuniti a Bruxelles potrebbero decidere per un suicida rafforzamento delle stesse), ma più di tutti la politica monetaria: «A nostro avviso la flessibilità della politica monetaria della Federazione russa è ormai limitata e le sue prospettive di crescita economica sono deboli», visto che per l'agenzia l'economia russa crescerà annualmente solo dello 0,5% da qui al 2018 compreso, contro il 2,4% dei quattro anni precedenti. Per S&P's, inoltre, è possibile un nuovo abbassamento del giudizio «nel corso dei prossimi 12 mesi».

 

 

 

 


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