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FINANZA E POLITICA/ Il nuovo "piano" che può salvare Italia e Ue

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Naturalmente il dramma greco non si ferma alle porte del Peloponneso. Di sicuro la crisi complica il già non facile compito di Mario Draghi. All'inizio di dicembre il presidente della Bce ha preso atto della forte ostilità di diversi partner al Quantitative easing, pur giustificato dalla deflazione in corso che, tra le altre conseguenze, rende in pratica proibitivo il rientro dal debito dei Paesi membri. Basti dire che se l'inflazione nell'Ue fosse del 2%, come dovrebbe secondo gli obiettivi fissati per la Bce, il rapporto debito/Pil italiano avrebbe già imboccato la via della discesa.

Ma tre membri su sei del direttorio della banca centrale, più otto banchieri centrali su 18 hanno votato contro in scia a Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank che continua a sostenere che il Qe non serve a nulla salvo mettere a repentaglio i fondi della stessa Bce. Se Qe dev'essere, dice la Bundesbank, è necessario che la Bce investa solo in titoli tripla A (cioè in Bund) oppure gli acquisti dovrebbe essere a carico delle singole banche centrali. Cari italiani, se volete dare una mano alle condizioni del credito all'economia nel vostro Paese, date mandato alla Banca d'Italia di investire in Btp e Bot. Noi siamo pronti ad accettare questa violazione delle regole, perché la Bce non rischierà un solo euro. 

Più una provocazione che una proposta: passasse una soluzione del genere non avrebbe più senso parlare di una politica monetaria comune, che passa attraverso obiettivi concordati in comune. Al più, si potrebbe parlare di un accordo di cambi fissi, sulla falsariga del vecchio Sme, che non a caso si basava su bande di oscillazione tra varie monete. Insomma, se si scegliesse la via del Qe ridotto, sarebbe inevitabile la creazione di un euro di serie A contrapposto a uno di serie B. 

Tutto questo, però, valeva prima dello scioglimento del Parlamento greco. Oggi il bivio è ben più drammatico. I più ottimisti ritengono che la prospettiva di una vittoria di Syriza alle urne possa spingere la Bce ad accelerare i tempi, concordando un'operazione a vasto raggio che eviti il temuto collasso degli equilibri dell'eurozona. Altri, più realisti, sono convinti che la Germania non darà mai il via libera ad acquisti di titoli della periferia, a partire dalla Grecia, con il rischio di ritrovarsi con titoli destinati a perder valore.

Insomma, entro fine gennaio rischiano di venire al pettine i principali nodi politici, economici e monetari accumulati in questi anni. Il debito greco è all'85% detenuto da istituzioni internazionali (Bce, Fmi ,ecc.) intervenuti nel 2010/11 per accollarsi i crediti delle banche tedesche e francesi che avevano finanziato con grande leggerezza e disinvoltura la Grecia negli anni del denaro facile, lucrando sul differenziale di interesse. L'operazione ha salvato creditori disinvolti, ma non ha posto le premesse per un recupero del debitore, sottoposto a uno stress violentissimo che ha pesantemente inciso sul livello di vita dei greci. Una ricetta applicata poi, in successione, a Portogallo, Irlanda e Spagna e che è stata poi estesa, in formula soft, all'Italia. Il risultato è stata la recessione del 2011/12 che probabilmente poteva essere in larga misura evitata. 


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