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FINANZA E POLITICA/ Il nuovo "piano" che può salvare Italia e Ue

Pubblicazione:sabato 3 gennaio 2015

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Atene riuscirà a ripagare i propri debiti (il 175% circa del Pil) nel 2054. Purché non ne contragga di nuovi. Nei prossimi quarant'anni la Grecia dovrà (dovrebbe) perciò accumulare, anno dopo anno, un surplus di bilancio attraverso tagli e sacrifici senza poter contare su investimenti attivati dal credito. Una prima tappa, secondo quanto previsto dalle regole votate dai partner di Bruxelles, sarà il raggiungimento del 60% nel rapporto debito/Pil, fissato per il 2034, occasione di grande festa. Almeno per i sopravvissuti.

Non sarà facile, del resto, convincere un ragazzo greco di vent'anni, uno dei nuovi elettori che andranno alle urne il prossimo 25 gennaio, che la prospettiva migliore per il suo futuro consista in un Paese che, di qui ai prossimi 40 anni, non recupererà nuovi posti di lavoro, ma ne taglierà almeno la metà di quelli oggi esistenti. Ridurrà in maniera sensibile la spesa sanitaria, l'istruzione e affiderà il sostenimento dei suoi figli all'emigrazione e/o a un'occupazione più o meno precaria nel turismo. 

Ecco perché il voto greco del 25 gennaio assume un'importanza drammatica per l'intera Europa. Da una parte, la questione greca solleva il tema dell'indebitamento che grava su buona parte del Vecchio Continente: l'Italia, in particolare, ha visto salire negli ultimi anni, nonostante l'austerità, i debiti al 134% del Pil. Ma anche Francia e Spagna si avvicinano ormai al giro di boa del 100%, già superato da Belgio e Portogallo. 

Di fronte a certi numeri s'impongono, dicono in molti, strategie nuove, che probabilmente devono partire da una ristrutturazione più o meno traumatica del debito esistente. È il cavallo di battaglia di Tsipras in Grecia, ma anche di Podemos in Spagna, altra forza politica emergente. Non ha fatto così anche la Germania del secondo dopoguerra? Il successo della Repubblica federale deve molto, se non quasi tutto, alla decisione di cancellare buona parte del debito accumulato dal Paese negli anni di guerra: dal 200% al 30%, un taglio che aiutò la democrazia nel cuore dell'Europa. 

Ma "la remissione dei debiti" è fortemente osteggiata dai creditori, tedeschi ma non solo. Il ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schaeuble, ha già ammonito che gli accordi vanno rispettati: Atene non può decidere unilateralmente di violare quanto già sottoscritto dai suoi governi. Un gesto in quella direzione provocherà inevitabilmente l'uscita di Atene dall'unione monetaria, forse dalla stessa Unione europea. 

Le conseguenze? Una drammatica svalutazione della "nuova dracma" a danno del potere d'acquisto del Paese che si troverà comunque a fronteggiare il debito estero già accumulato, pena un devastante embargo da parte dei vicini. 


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