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SPY FINANZA/ I trucchi che fanno "tirare" i mercati

Pubblicazione:sabato 3 gennaio 2015

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Ma anche altri segnali ci dimostrano come il quadro macro a livello globale sia quantomeno traballante, soprattutto per quanto riguarda uno dei grandi driver di quest’ultimo periodo: ovvero, il prezzo del petrolio. Al netto dei cali record di fine anno, infatti, a far sperare molti Stati esportatori in un rimbalzo non troppo distante nel tempo c’era il numero record di scommesse rialziste da parte dei fondi speculativi, gente che di solito o ci vede lungo e o si muove in maniera così pesante da indurre aumenti quasi autoalimentanti.

Bene, stando a dati resi noti ieri da Bloomberg, gli hedge funds hanno cominciato a stancarsi di andare long sul greggio e stanno già riducendo le loro posizioni rialziste sul Wti statunitense per la prima volta nelle ultime quattro settimane, tagliando le loro detenzioni del 5% nei soli cinque giorni di trading che hanno portato al 23 dicembre scorso, -10.784 contratti per un totale che ora è di 206.939 posizioni long ancora aperte.

Per Phi Flynn del Price Futures Group di Chicago, «i traders hanno deciso che quando è troppo, è troppo. Si sono stancati di provare a dare un floor alla caduta del prezzo del petrolio, hanno fallito. Ciò che si può dire è che il fondo non è stato ancora toccato e che c’è ancora parecchio spazio di caduta davanti a noi». Nei primi due grafici a fondo pagina vediamo la situazione attuale e quella del 2009: ci fanno intuire quanto ancora il prezzo del petrolio possa andare al ribasso. Ma anche dalla Cina non arrivano buone nuove di inizio anno, visto che nonostante il bluff della Banca centrale che ha ridotto a zero l’obbligo di riserva per gli istituti non bancari, facendo sperare il mercato in una sorta di Qe, i default di gruppi corporate cominciano a farsi sempre più dolorosi.

La società immobiliare Kaisa Group, infatti, ha fatto default su un prestito dal controvalore di 51,6 milioni di dollari, innescato dai pagamenti forzati operati dopo le dimissioni del presidente lo scorso 31 dicembre. Come ci mostrano il terzo e il quarto grafico, il titolo del gruppo ha perso il 50% del valore solo nel mese di dicembre e ora è stato sospeso alla Borsa di Hong Kong il 29 dicembre scorso, mentre l’obbligazione con scadenza 2018 è letteralmente collassata e ora ha un prezzo di 43 centesimi sul dollaro, con un rendimento implicito di oltre il 42%. E pensate che quella carta solo nel mese di marzo fu venduta agli investitori alla pari sul dollaro e soltanto il 31 dicembre era ancora a 66,263 centesimi sul biglietto verde: un’accelerazione mai vista, forse nemmeno con Enron.

Di più, l’obbligazione da 500 milioni di dollari al 10,25% scadenza 2020 è crollata a 38,025 centesimi sul dollaro, con un rendimento implicito del 39,601% e anche in questo caso fu venduta al 100% sul dollaro nel gennaio 2013. Per Standard&Poor’s, «Kaisa dovrà affrontare nuove e pesanti sfide nei prossimi giorni», mentre Moody’s ha tagliato il rating della compagnia da B1 a B3 visto che già due progetti immobiliari nel distretto di Longgang sono stati bloccati e varie licenze e acquisizioni di terreni non sono state accettate dai regolatori.

 

 

 

 


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