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SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone i "falsi miracoli" delle banche centrali

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Ma passiamo poi all'altro grande laboratorio keynesiano, il Giappone dell'Abenomics, dove venerdì mattina l'indice Nikkei della Borsa di Tokyo ha chiuso in progresso dello 0,39% a 17.674,39 punti: l'ulteriore miglioramento del mercato del lavoro in Giappone e la precedente ripresa di Wall Street hanno favorito il rimbalzo dopo il calo della sessione precedente. Il Nikkei ha guadagnato all'inizio delle contrattazioni oltre l'1%, a ruota di una serie di nuovi dati macroeconomici, ma la spinta si è poi esaurita in relazione a un lieve rafforzamento dello yen sotto quota 118 sul dollaro, stando agli analisti tecnici: balle e vi spiego tra poco perché. Ma prima dei dati macro tanto attesi: il tasso di disoccupazione a dicembre è sceso dal 3,5% al 3,4% (il miglior risultato dal 1997) e il rapporto tra offerte e richieste di lavoro risulta il migliore da 22 anni, con una ratio di 1,15. 

La produzione industriale nel quarto trimestre è altresì salita dell'1,8% rispetto al trimestre precedente, dando una sostanziale conferma che il Paese è formalmente uscito dalla recessione, anche se il dato sull'output industriale a dicembre (in crescita dell'1%) risulta un po' inferiore alle attese prevalenti. Gli analisti si attendono ora per l'ultimo trimestre 2014 una crescita del Prodotto interno lordo giapponese intorno a un tasso annualizzato del 3%, dopo due trimestri consecutivi di calo. Accidenti, l'Abenomics allora funziona! Perché allora una chiusura così anemica del Nikkei, su solo dello 0,39% nonostante questi dati e il buon traino di Wall Street? Davvero ha pesato la dinamica nel cross yen/dollaro? 

No, la ragione va ricercata in un altro dato macro, quello più importante se legato agli obiettivi ufficiali dell'Abenomics, ovvero stimolare l'inflazione. Il fronte dei consumi - penalizzato in parte dal tragicomico aumento dell'Iva dal 5% all'8% scattato il primo aprile scorso - langue e non poco, come evidenziato dal dato annuale sulla spesa delle famiglie, che risulta in calo del 3,%. L'indice dei prezzi al consumo core (che esclude gli alimentari freschi) è salito a dicembre del 2,5%, ma escludendo l'effetto del rialzo dell'Iva l'inflazione rallenta allo 0,5%, ben al di sotto del target ufficiale del 2%. La banca centrale non sembra però sotto pressione per introdurre nuovi stimoli, dopo che il calo dei prezzi petroliferi (e ora l'irrigidimento del mercato del lavoro) fornisce l'alibi per mettere la sordina agli obiettivi temporali precedentemente fissati per il conseguimento di una inflazione al 2%. 

Insomma, anche alla Bank of Japan come alla Fed si mettono le mani avanti e si cercano alibi per non ammettere ciò che è palese, ovvero che il Qe in salsa di soia non serve a nulla se non a disintegrare del tutto l'economia del Paese. Il quale già oggi vive con il rendimento del bond decennale sprofondato a un minimo storico dello 0,29%, visto che il programma di acquisto di obbligazioni della Bank of Japan è diventato così grande da essere arrivato a fagocitare il 100% delle nuove emissioni del governo: dati recenti del Fondo pensionistico statale giapponese (Gpif), per esempio, mostrano che l'istituto ha già venduto alla Boj centinaia di miliardi di dollari in titoli di Stato, un suicidio finanziario che però il buon Kuroda non può fermare poiché in assenza della sua domanda, la quale è di fatto l'unica e compra a qualsiasi pezzo - quindi devastando anche il concetto di fair value e price discovery -, il mercato si schianterebbe violentemente. 

C'è però da sottolineare che il 40% delle entrate del governo del Giappone viene già utilizzato per ripagare il suo gigantesco debito pubblico e anche un aumento di 180 punti base dei rendimenti medi sarebbe sufficiente ad assorbirne il resto: ovvero, il 100% delle entrate del governo verrebbe utilizzato solo per ripagare il proprio debito. Anche con l'aumento delle imposte al consumo dal 5% all'8%, le amministrazioni pubbliche del Giappone avrebbero una spesa di circa 100 miliardi di yen l'anno a fronte di un gettito fiscale di 50 miliardi. E se in ossequio alla ricetta keynesiana, l'onere del debito pubblico è salito senza sosta fino dagli anni Ottanta, ora a causa dell'Abenomics un altro 7-10% del Pil verrà risucchiato dal debito pubblico. In compenso, in termini di yen, il reddito nazionale non ha registrato alcuna crescita netta fino dal 2006 e l'Abenomics non ha affatto modificato le cose, visto che nell'ultimo trimestre il prodotto nazionale lordo non era superiore a quello del gennaio 2013. 


COMMENTI
31/01/2015 - non è piu un piacere.... (Eugenio Bravetti)

leggere i suoi articoli, troppo lunghi, lenzuolate infinite spesso con pezzi copiati e incollati da un articolo all'altro..... PS..la pagano in base alle parole e ha deciso di voler guadagnare molto? In ogni caso resta sempre uno dei giornalisti piu competenti e realisti in circolazione :-)