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FINANZA/ 2. "L'agenda" di gennaio che mette nei guai l'Italia

Pubblicazione:lunedì 5 gennaio 2015

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La mattina di sabato 3 gennaio, un quotidiano romano ha dato grande spazio a un’intervista al Presidente dell’Istat Giorgio Alleva, intitolando con enfasi Ecco perché l’Italia può scrollarsi la recessione da dosso. In effetti, chi ha redatto il titolo non ha tenuto conto che il Prof. Alleva è stato molto più cauto: non ha ripetuto altro che quanto contenuto nel Bollettino diramato dall’Istituto il 30 dicembre, ossia che ci sono “frammenti” di segnali tali da indicare che nel 2015 il tasso di crescita del Pil potrebbe (il condizionale è d’obbligo) non essere negativo, ma superiore allo zero.

In effetti in tutta Europa la fine dell’anno è stata contrassegnata da percezioni leggermente ottimiste. Un po’ perché anche gli antichi egiziani, gli assiro-babilonesi e gli aztechi nelle cerimonie per il nuovo anno si dicevano confidenti di leggere promesse degli dei secondo cui il futuro sarebbe stato meglio del passato. Un po’ perché dopo un ciclo “lungo” di recessione e stagnazione ci sarebbe da aspettarsi un miglioramento. Anche perché il resto del convoglio mondiale tira e tira bene. Basterebbe, quindi, agganciarsi e farsi rimorchiare.

In questo quadro, la nuova “crisi greca” sta rompendo un po’ a tutta Europa le uova nel paniere. Per alcuni aspetti, è più grave di quella del 2009-2010. Sotto il profilo finanziario, gli interventi del “cordone sanitario” disposto per aiutare Atene, oltre a richiedere riforme economiche e austerità, hanno spostato l’80% del debito pubblico greco (nel 2009 pari al 133% del Pil, come quello italiano oggi, ma ora giunto a quasi il 180% del Pil) dalle banche creditrici agli Stati e alla Banca centrale europea sia direttamente che indirettamente. L’Italia, che nel 2009-10 non era quasi esposta nei confronti dell’Ellade, ora lo è per circa 20 miliardi di euro.

Sotto il profilo politico, e di political economy, la crisi greca è la prova della “teoria del domino” applicata alle unioni monetarie, quando non rispettano i canoni dell’area valutaria ottimale quale definita negli anni Sessanta da Robert Mundell. Alla “teoria del domino” lavorano da anni alla Scuola superiore di Relazioni internazionali Robert Baldwin e Charles Wyplosz, con i loro allievi. Non differisce, per molti aspetti, dalla “teoria del domino” in politica e strategia internazionale formulata da W.W. Rostow negli anni Sessanta a sostegno dell’intervento americano in Vietnam. Se nel gioco del domino si mette male una pedina, si rischia di essere sconfitti per gli effetti che tale perdita ha sulle altre, specialmente quelle meno robuste.


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