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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Qe, il "fallimento" che riavvicina la crisi

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Di più, per Fuchs un addio della Grecia all’eurozona non potrebbe che rafforzare l’Unione e per questo la Bce non dovrebbe interferire, cercando di mantenere gestibile il debito dei paesi periferici. Non siamo alla Rupe Tarpea ma manca poco, visto che per Fuchs «la situazione ora è completamente cambiata, era molto più critica tre o quattro anni fa. La Grecia pesa a malapena per l’1% del Pil dell’eurozona, questo dimostra che non rappresenta più un rischio».

Peccato per due cose: primo, che se la Grecia oggi può essere lasciata al suo destino è solo perché per salvare i bilanci delle banche tedesche stracariche di immondizia ellenica su cui speculavano, tentare di salvare Atene ci è costato dieci volte tanto e ha ottenuto come unico risultato il fatto che i soldi dei contribuenti europei finiscano ad Atene non per far ripartire l’economia del Paese ma per pagare gli interessi sul debito detenuto ancora da istituti bancari e fondi. Secondo, il rischio Grecia per gli asset markets c’è, per il semplice fatto che questi stanno già prezzando il Qe in arrivo e fingono di non sentire le sirene d’allarme che arrivano da Berlino: a quel punto, in caso di ulteriore incertezza, Atene non sarà la bomba, ma certamente il detonatore.

Che fare, quindi? Molti pensano che alla fine Mario Draghi dovrà accettare un compromesso, ovvero una formula light per il Qe in base alla quale le varie banche centrali dei vari Stati membri compreranno solo debito del proprio Paese, senza una condivisione del rischio: peccato che questo non solo potrebbe frammentare ulteriormente l’eurosistema, ma potrebbe fin da subito instillare dubbi negli investitori sulla reale efficacia del Qe, innescando fughe pericolose dai mercati. Tant’è, la Germania comunque sia non accetta e non accetterà nessun atto che sia o possono essere letto come prodromico all’unione fiscale.

Ma c’è anche un effetto parallelo innescato dalle parole di Mario Draghi, ovvero portare l’euro ai minimi dal giugno 2010 rispetto al dollaro: gli ultimi, recenti dati Cofer del Fmi dimostrano come le banche centrali dei Paesi del G10 e dei mercati emergenti siano diventate venditrici nette di bond dell’eurozona nel terzo trimestre del 2014, mentre calcoli di Nomura ci dicono che la percentuale dell’euro a livello di riserve estere globali è scesa dal 26% al 22,6% negli ultimi quattro anni, con il dollaro invece a quota 62,3% e in continua crescita, questo nonostante il rafforzamento del biglietto verde. Per Jens Nordvig della banca d’investimento giapponese, «questo è straordinario. Normalmente le banche centrali misurano le mosse del settore privato e appianano alcune delle fluttuazioni attraverso il rifornimento di riserve, ma questa volta non lo stanno facendo. Penso che potremmo vedere l’euro calare a 1,15 sul dollaro entro un mese o due».

Insomma, il momento è di quelli a dir poco delicati. Il problema, però, a mio avviso è alla radice: ovvero, il Qe come metodo straordinario di intervento riesce davvero a battere le forze deflazionistiche attraverso lo stimolo all’economia? No. Il terzo round di Qe della Fed ha fallito in pieno questo compito, così come sta fallendo in Giappone, Paese che già in passato aveva tentato questa carta, dimostratasi inefficace, visto che dopo dieci anni dal primo intervento in tal senso della Bank of Japan il Paese era rimasto in deflazione, con un generale calo dei salari e dei prezzi che intrappolavano l’economia. La Banca centrale nipponica iniziò il Qe nel 2001 e i fatti, non i pareri, hanno dimostrato che mantenere i tassi praticamente a zero per un periodo troppo prolungato di tempo ha determinato un effetto contrario a quello desiderato rispetto alla ripresa economica: non a caso, dopo cinque anni di graduale espansione degli acquisti obbligazionari, nel 2006 la BoJ abbandonò il programma.