BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SPY FINANZA/ Il grafico che spiega perché i mercati stanno andando "in tilt"

Infophoto Infophoto

Il periodo F rappresenta l'ultima fase della contrazione, cominciata a metà giugno con le prime difficoltà sul fronte repo dopo la decisione della Bce di imporre tassi negativi sui depositi, una fase più decisa sia come profondità di intervento che come intensità dello scopo: la prima indicazione che otteniamo è che tutto sia tornato ancora una volta in armonia, visto che tutto le indicazioni si stanno muovendo all'unisono al ribasso con un tasso di pessimismo che ha medesimo timing e medesimo grado. 

Una cosa sola ancora rende disarmonico il quadro, il mercato azionario. Da qualche parte, tra il periodo B e C, la cosiddetta ripresa è terminata ed è poi stata rimpiazzata dal rallentamento globale del periodo D, garantendoci la prova provata che le promesse del monetarismo poste in essere in modalità emergenziale e attraverso politiche e strumenti non convenzionali sono rimaste tali: ecco quindi che ognuno dei mercati-settori finanziari è sceso a patti con la realtà, declinando, ma non la Borsa. I periodi A-C sono quindi stati condizionati da una fede cieca nell'efficienza dell'intervento delle Banche centrali, un qualcosa che comincia a diminuire già a metà del 2011 e che si sostanzierà subito dopo nel rallentamento: non a caso, l'ultimo periodo è quello che ci porta dalla crisi del 2012 ai giorni attuali, un ritorno nella crisi a livello globale talmente profondo e nei fondamentali da essere impenetrabile al monetarismo e ai suoi strumenti ovunque e in ogni momento, dagli Usa alla Cina al Giappone. 

Le commodities sono l'asset class che ha rotto al ribasso per prima perché avevano il link più diretto con l'attività in atto, poi è toccato ai breakevens inflazionistici e poi, nel novembre del 2013, alla curva dei rendimenti obbligazionari. I titoli azionari, invece, hanno sempre continuato a disgiungersi e vivere nel regno fatato dell'intervento monetario delle Banche centrali e delle loro onniscienza nel guadagnare sempre altro tempo. Andrà avanti così? Oppure tutti i settori finanziari-economici sono destinati a tornare in armonia in un ipotetico e non troppo distante periodo G, il grande timore che sta attanagliando sempre più operatori? 

Anche perché nel frattempo sui mercati sono emersi dieci segnali che dovrebbero farci drizzare le antenne per quanto riguarda i rischi di un crash dei mercati nell'anno appena iniziato. Vediamoli per sommi capi. 

1) Per cinque anni, gli investitori hanno operato in modalità risk-off, ovvero il timore per i rischi di una possibile correzione che arrivasse a "purgare" le manipolazioni poste in essere dalle Banche centrali erano praticamente a zero. Ora però, con le manovre di contrazione già in atto in Usa e Cina e con la deflazione a livello globale che morde, la legge delle conseguenze non desiderate sembra essere giunta a suonare le sveglia, visto che il Vix - il misuratore della volatilità - venerdì scorso ha chiuso la giornata a 18,4, contro una media per il 2014 del 14,5. 

2) Con la Federal Reserve formalmente impegnata nel "taper" del programma di stimolo e nel primo rialzo dei tassi da quasi dieci anni a questa parte, i mercati del credito si attendono un anno povero per i Treasuries Usa, con il loro rendimento più che raddoppiato da ottobre a oggi, passando da 0,31% a 0,74%.