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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il risiko di Draghi e la "bomba" per un nuovo 2011

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Attenzione, quindi, come vi dicevo non si può prendere ciò che accade ad Atene troppo sottogamba. Per Barry Eichengreen, storico dell'economia all'università di Berkley, «un'uscita della Grecia dall'euro porterebbe a bank-run, al collasso del mercato azionario nazionale e all'imposizione di controlli sul capitale, oltre a lasciare negli investitori un senso di incertezza su chi, a quel punto, potrà essere il prossimo ad andarsene, favorendo gli attacchi speculativi. Nel breve termine, un "Grexit" rappresenterebbe una Lehman Brothers al quadrato. Penso che i politici europei debbano ingoiare un altro rospo e cercare un compromesso, perché se tenere insieme l'eurozona è costoso e difficile e doloroso, vederla andare in pezzi sarebbe ancora più costoso e difficile». 

Per Jeffrey Frankel, docente di economia ad Harvard, siamo di fronte a un nuovo 2011, poiché «gli investitori hanno messo molto denaro nei mercati europei negli ultimi due anni, durante i quali la crisi si è acuita. Ora temo ci sarà una ripetizione dei periodi di turbolenze e gli spread tra i bond sovrani dell'eurozona potrebbero ampliarsi di molto». Ancora più netto Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fmi e ora docente ad Harvard, a detta del quale «l'euro è un disastro storico, ma questo non significa che sia facile superarlo per tornare alle valute nazionali. Non penso che ci sia una via d'uscita alla crisi dell'euro. Penso che anche l'idea di un Qe da parte della Bce abbia poche speranza di successo, la cosa migliore per assicurare la sopravvivenza dell'euro è che ogni paese membro attivi proprie politiche fiscali per aumentare la domanda, una delle quali potrebbe essere un taglio netto dell'Iva per i prossimi cinque anni per generare un aumento della spesa dei consumatori». E chi glielo va a dire a Krugman e ai keynesiani di casa nostra che la ricetta non è soldi a pioggia ma un taglio delle tasse? 

E attenzione, perché la Grecia rischia di non essere il solo potenziale innesco di una nuova ondata di crisi nell'eurozona. Pur non facendone parte e nonostante le patetiche sparate degne della propaganda sovietica di chi ormai vede in Vladimir Putin l'incarnazione del bene e della perfezione assoluta, la Russia non solo non ha battuto gli attacchi della speculazione contro il rublo, ma nel tentativo di farlo si è anche svenata a livello di riserve. La moneta russa, infatti, è già tornata in area 63,5 sul dollaro, il decennale sovrano paga un rendimento del 14% e, soprattutto, come ci mostra il grafico a fondo pagina, martedì il cds a cinque anni ha chiuso le contrattazioni a 595 punti base, il massimo da marzo 2009, dopo aver toccato il massimo intraday di 630 punti base, 100 punti base di aumento in poche ore (per Markit l'implicita accettazione da parte del mercato di un 32% di aspettativa di default nei prossimi cinque anni). 

In più, come vi annunciavo, nel tentativo di fermare il crollo del rublo, la Banca centrale russa ha bruciato 26 miliardi di dollari di riserve nelle due settimane terminate il 26 dicembre, il livello di erosione più veloce dall'inizio della crisi ucraina: le riserve totali sono scese da 511 miliardi di dollari a 388 in un solo anno e, stando a calcoli dell'Institute for International Finance, la linea di pericolo si toccherà quando e se si arrivasse a quota 330 miliardi, viste le criticità di finanziamento delle aziende russe e la continua fuga di capitali.