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SPY FINANZA/ La nuova "stamperia" delle banche centrali

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Ma attenzione, perché l'ampliamento del Qe appare così certo che qualcuno già avanza numeri e tempistiche. Si tratta degli analisti di Standard & Poor's, i quali, visti i crescenti rischi esogeni e il fatto che l'effettiva trasmissione della politica accomodante della Bce all'economia reale è cruciale per il consolidamento della ripresa dell'Eurozona, ritengono che l'Eurotower estenderà il Quantitative easing oltre settembre 2016. Quanto? «Molto probabilmente fino a metà 2018, ottenendo quindi un incremento del bilancio pari a 2,4 triliardi di euro, oltre il doppio rispetto agli 1,1 triliardi attualmente previsti dall'Istituto di Francoforte». Comprando cosa non si sa - Etf sugli indici, forse - ma una cosa è chiara: il libero mercato è morto, siamo entrati nell'era del Qe perenne, dell'eliminazione del concetto stesso di fair value e price discovery, delle Banche centrali come unico driver della finanza e dell'economia. Siamo al "Grande fratello" monetarista, dove fare trading significa unicamente schiacciare il tasto "buy", tanto gli indici non possono che salire sempre, sostenuti come sono dalla politica. 

Attenti però, perché per un anno è andata così anche in Cina. Ora, due criticità. Nonostante il Qe, gli spread compressi artificialmente, i tassi a zero e i soldi a pioggia, ieri l'Eurostat ha anche reso noto che ad agosto il tasso di disoccupazione in Europa è rimasto stabile. Non sceso, stabile. Stando ai dati diffusi, infatti, la disoccupazione nell'Eurozona ammonta all'11%, mentre nell'Ue a 28 paesi è rimasta al 9,5%, in entrambi i casi come nel mese precedente. Di più, in Italia l'Eurostat ha confermato che il tasso di disoccupazione è rimasto superiore alla media dell'Eurozona, ovvero all'11,9%, ed è rimasto particolarmente elevato nel caso dei giovani (40,7% contro una media Eurozona del 22,3% e Ue del 20,4%). 

Fra gli altri paesi, i tassi di disoccupazione minori si sono registrati in Germania (4,5% e 7% fra i giovani) e Repubblica Ceca (5%) e fra i giovani anche in Austria (10,8%), mentre i più alti sono ancora una volta in Grecia (25,2% e 48,3% fra i giovani, dati di giugno) e Spagna (22,2% e 48,8% fra i giovani), lo stesso Paese per il quale si scomoda il termine "miracolo" parlando della sua ripresa economica. Bella ripresa quella dove un giovane su due non lavora e, presumibilmente, non studia. 

Ora, se per caso lo scandalo Volkswagen e le sue implicazioni economico-finanziarie dovessero portare il colosso tedesco a tagliare parte dei suoi 600mila dipendenti in tutto il mondo, colpendo direttamente anche le altre centinaia di migliaia impiegati nell'indotto della componentistica e anche il mercato del lavoro tedesco cominciasse a rallentare, cosa succederebbe al resto d'Europa? E alle prospettive inflazionistiche, visto che l'insicurezza lavorativa non è certo dinamo della domanda interna di beni, voce che già langue di suo in Germania per l'eccesso di accumulazione di surplus? Eh sì, ci vuole proprio più Qe. Ma proprio tanto di più. 

Ed eccoci alla seconda criticità. Ovvero il fatto che viviamo in un mercato già ultra-acquistato e sopravvalutato, il quale, come vi ho dimostrato nel mio articolo di ieri, sta già patendo cali generalizzati sugli indici più importanti. Insomma, siamo forse alla prima fase di correzione degli squilibri da mal-investment. Il problema è che i signori del vapore non vogliono quel deleverage salutare, preferiscono andare avanti a colpi di doping monetario, facendo crescere a dismisura il debito su cui si poggiano questi falsi rallies.