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POSTE ITALIANE/ Le "ombre" sulla privatizzazione

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Il secondo ramo di business è rappresentato dall'attività di intermediazione finanziaria, che più o meno dalla fine degli anni '90 ha affiancato il tradizionale business dell'azienda, forte di una rete di oltre 13000 sportelli sul territorio nazionale. Gran parte dei cittadini è forse ormai portata a fidarsi più delle poste che delle banche per l'apertura di conti correnti e la gestione dei propri risparmi. Una recente ispezione Consob - per la verità poco pubblicizzata se non per ribadire che è acqua passata - ha evidenziato forti criticità nell'attività di distribuzione svolta tra il 2011 e il 2013, dovute soprattutto a vendite di prodotti finanziari in conflitto di interesse (operazioni di buyback di prodotti di terzi su cui Poste incassava laute commissioni) e ad anomali profili di rischio che gli operatori attribuivano alla clientela, registrando elevati livelli di conoscenza ed esperienza in servizi di investimento per oltre il 90% dei clienti, in modo da poter vendere tranquillamente prodotti finanziari complessi, cosa che diversamente sarebbe vietata.

Infine, vorrei ricordare che il risparmio raccolto tramite buoni postali è normalmente investito, per conto di Poste Italiane, da Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., che certamente avrà un ruolo di primo piano nell'agenda delle privatizzazioni. Parte del risparmio raccolto potrà essere impiegato dal "fondo sovrano" italiano anche nell'acquisto di azioni in offerta da parte dell'emittente? 

Oltre al palese conflitto di interessi, un normale risparmiatore potrebbe trovarsi così nella situazione di comprare direttamente le azioni in borsa, spinto dall'azione di marketing dell'azienda e delle reti distributrici, ignaro del fatto che altri l'hanno già fatto al suo posto e magari per tranche consistenti del suo patrimonio. Potrebbe anche non rivelarsi un buon investimento. Vedremo.

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