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SPY FINANZA/ La partita a scacchi miliardaria tra Usa, Russia e Arabia Saudita

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Diversa è la questione riguardante gli Usa, altro mercato non-Opec che Riyad vorrebbe fosse pronto a sacrificarsi per il bene comune di prezzi più alti. In effetti, l'output statunitense sta calando ma in maniera inconsistente: dopo mesi di ampi cali dell'output, tra aprile e maggio la produzione è calata di 220mila barili al giorno, mentre tra maggio e giugno di altri 115mila, ma a luglio si è registrato un aumento di 94mila barili al giorno, tutto merito però del greggio del Golfo del Messico e non dello shale oil. È questa la nuova grande sfida Usa, infatti, ovvero progetti off-shore che sono proposizioni di lungo termine e non rispondono rapidamente agli scostamenti sui prezzi del petrolio: ma anche togliendo la quota offshore, la produzione Usa è calata solo di 53mila barili al giorno, il tasso di decrescita più lento degli ultimi mesi. Anzi, come ci mostrano i due grafici a fondo pagina, il dato settimanale della Department of Energy americano reso noto mercoledì parlava di scorte in crescita di 3,073 milioni di barili e anche di produzione in aumento dello 0,85% rispetto ai sette giorni precedenti, l'aumento maggiore da cinque mesi a questa parte. 

Al netto di questo, però, i cali della produzione in Usa potrebbero proseguire. Il numero di impianti estrattivi ha appena toccato il minimo da cinque anni, con un calo di 26 solo nella settimana terminata il 2 ottobre. Stando a dati di Baker Hughes, oggi negli Usa sono operativi 614 impianti per l'estrazione di petrolio contro gli oltre 1100 di un anno fa e dopo il collasso dei prezzi registrato in agosto è probabile che le chiusure continueranno da qui a fine anno. Anche perché quello appena iniziato è il mese della revisione delle linee di credito delle aziende del comparto, quindi se le banche chiederanno maggior collaterale a garanzia dei prestiti visto il deterioramento del valore di quello postato a causa del crollo dei prezzi (e quindi dei bond emessi e dei titoli azionari) o, peggio, taglieranno quei prestiti, nuove chiusure appaiono all'orizzonte, così come il rallentamento della produzione. 

Insomma, non saranno certo gli Usa a dare il buon esempio per primi, visto che devono già fronteggiare una situazione del mercato interno tutt'altro che rosea. Ma oltre a queste criticità, l'Opec a guida saudita deve fare i conti anche con il nodo Iran. Teheran, infatti, potrebbe presto tornare sul mercato con l'eliminazione delle sanzioni a seguito dell'accordo sul nucleare e ha già fatto sapere che entro sei mesi sarebbe in grado di aumentare la sua produzione di 1 milione di barili al giorno dagli attuali 2,8 milioni. Finora l'Arabia non si è preoccupata, visto che per rimettere a regime gli impianti Teheran avrà bisogno di molto denaro di cui oggi non dispone ma la prospettiva che sia la Russia, magari attraverso accordi bilaterali con le sue aziende energetiche o con il Fondo sovrano, a finanziare il ritorno dell'Iran sul mercato è un'ipotesi che i sauditi ora devono prendere in considerazione. Per questo, come vi dico da sempre, vedo l'accordo sul nucleare iraniano a forte rischio di sabotaggio o false flag, visto anche che l'anno prossimo si vota negli Usa per le presidenziali. 

 

 



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COMMENTI
10/10/2015 - Forza Russia! (Giuseppe Crippa)

Grazie Bottarelli, è un’analisi molto chiara che aiuta davvero a decidere da che parte “stare”.