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SPY FINANZA/ La partita a scacchi miliardaria tra Usa, Russia e Arabia Saudita

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Oltre a quanto evidenziato nell’ultimo articolo, va detto che la politica di Putin potrebbe anche rafforzare l'influenza russa sull'Opec, visto che Mosca ha già rapporti privilegiati con Venezuela e Iran e ora sta gettando le basi per una partnership anche con l'Iraq: la strategia è chiara, unirsi ai Paesi che più stanno soffrendo a livello di break-even fiscale la scelta saudita di non tagliare la produzione (ovvero Iran, Iraq, Angola, Nigeria, Libia, Algeria, Ecuador e Venezuela), di fatto creando un fronte di pesante contrasto al nucleo forte guidato da Riyad e che contempla anche Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar. 

E capite da soli che in vista del meeting del 4 dicembre prossimo a Vienna, dove si dovrà decidere se continuare a produrre ai massimi o tagliare, una spaccatura del genere - senza sapere poi cosa accadrà in Siria e nell'area da qui a due mesi - in seno all'Opec potrebbe risultare fatale per Riyad, tanto più che se la volontà russa sarà quella di arrivare a un calo dell'output per consentire un aumento dei prezzi, l'Arabia non potrà contare sull'alleato Usa, visto che il comparto shale oil avrebbe solo da guadagnare da un ridimensionamento del cartello petrolifero. 

In tal senso, lo scorso settembre le parole del ministro dell'Energia russo, Arkady Dvorkovich, sono state chiare nei confronti di Riyad e della sua politica: «I Paesi produttori dell'Opec stanno soffrendo degli effetti collaterali del loro tentativo di eliminare i concorrenti allagando di petrolio il mondo con la sovra-produzione. Ho dei dubbi che i Paesi appartenenti all'Opec vogliano vivere per molto tempo con prezzi del petrolio bassi». Insomma, spezzare l'Opec in due blocchi e fare in modo che il cosiddetto "fronte russo" metta in minoranza e isoli Arabia Saudita e Paesi del Golfo: a quel punto, anche i sauditi dovrebbero scendere a compromessi. 

Una scommessa a dir poco epocale, anche perché a oggi l'atteggiamento di Riyad non sembra suggerire un cambio di strategia. Anzi, l'Arabia Saudita ha tagliato il costo del proprio greggio sul mercato asiatico proprio per preservare le quote di mercato mantenendo elevati i volumi di produzione. E nonostante le difficoltà di budget di Riyad sembrino sottolineare il fallimento di questa scelta, il ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi, solo il 3 ottobre scorso nel corso della conferenza del G-20 in Turchia sembra aver voluto ribadire la strategia. Queste le sue parole: «Fin dagli anni Settanta l'industria ha vissuto forti fluttuazioni sui prezzi - su e giù - che hanno impattato sul livello di investimenti nei comparti di petrolio ed energia e sulla loro continuità. Questa situazione così volatile non è nell'interesse né dei Paesi produttori, né delle nazioni che consumano e i Paesi del G-20 possono contribuire alla stabilità del mercato». 

In altre parole, Ali al-Naimi stava chiedendo ai Paesi produttori non-Opec di tagliare loro la produzione, di fatto facendo intendere che il suo governo continua ad aspettarsi un rimbalzo dei prezzi grazie alla contrazione dell'output di nazioni come Canada, Stati Uniti e proprio la Russia. Ma, ovviamente, quest'ultima non solo non vuole ma nemmeno può farlo, visto che l'economia è già in recessione e per quest'anno ci si aspetta una contrazione del Pil del 3,8%. Inoltre, Mosca sta producendo ai livelli massimi da dieci anni a questa parte, avendo toccato in settembre i 10,74 milioni di barili al giorno, un +0,4% su base mensile e non sarà certo lei la prima a tirare il freno in un contesto di crisi simile. Infatti la strategia è diversa, cercare di spaccare l'Opec e far abbassare a sauditi e soci il loro output giornaliero. 


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COMMENTI
10/10/2015 - Forza Russia! (Giuseppe Crippa)

Grazie Bottarelli, è un’analisi molto chiara che aiuta davvero a decidere da che parte “stare”.