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SPY FINANZA/ Il "cocktail" che spaventa i mercati

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Attenzione, il Fmi lancia un altro allarme e anche in questo caso lo fa con un certo anticipo rispetto al suo solito timing, ovvero quello di mettere in guardia quando il guaio è già esploso. Nel suo Global Financial Stability Report, l'istituto di Washington dice chiaramente che governi e Banche centrali rischiano di gettare il mondo in una nuova crisi finanziaria, visto anche il combinato di debito privato che sta montando nel mondo, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. Le aziende operanti sui mercati emergenti si sono infatti indebitate attraverso un eccesso di credito per 3 triliardi di dollari negli ultimi dieci anni, di fatto riflettendo un dato che tra il 2004 e il 2014 ha visto il debito quadruplicarsi. Oggi quell'esposizione eccessiva alla leva rischia di scatenare un'ondata di defaults che andrebbero a impattare su una situazione macro-economica a livello globale già molto debole e instabile: in parole povere, per la prima volta il Fmi dice chiaro e tondo a governi e regolatori che non hanno margine di errore nei loro interventi.

Questo perché «anche il minimo errore di calcolo e valutazione potrebbe tramutarsi in una fallita normalizzazione delle condizioni di mercato e della politica monetaria (tassi di interesse, ndr) che potrebbe far evaporare il 3% del Pil mondiale nei prossimi due anni. Ma i bilanci ultra-indebitati sono solo un elemento di quella che il Fmi definisce "triade velenosa" di sfide che il sistema finanziario si trova ad affrontare: sette anni dopo la crisi innescata da Lehman Brothers, infatti, una combinazione di alto indebitamento nelle economie avanzate e di liquidità che sparisce dal mercato potrebbe portare a un nuovo, più severo credit crunch una volta che le condizioni di politica monetaria si contrarranno, ovvero quando e se la Fed deciderà di alzare i tassi, essendo il grosso dell'indebitamento dei mercati emergenti in dollari a fronte di valute locali in caduta libera.

«Passi falsi politici e shock avversi potrebbero tramutarsi in un prolungato momento di instabilità sui mercato che potrebbe mandare in stallo definitivo la ripresa economica», ha avvertito il consigliere finanziario del Fondo, José Vinals.

E attenzione, perché al riguardo sul finire della scorsa settimana è giunta una conferma davvero poco piacevole, ovvero la notizia che il surplus commerciale della Germania, calibrato in base alla stagione e al calendario, è sceso a 19,6 miliardi di euro da 22,4 miliardi luglio, sotto le attese degli economisti ferme a 22,5 miliardi, come ci mostra il secondo grafico. Le esportazioni sono calate del 5,2% rispetto al mese precedente a 97,7 miliardi di euro in termini adjusted lo scorso agosto: si tratta del maggior declino dal gennaio del 2009! Le importazioni sono invece scese del 3,1% su base mensile a 78,2 miliardi di euro, mentre il saldo delle partite correnti della Germania ha registrato un avanzo di 12,3 miliardi di euro ad agosto (in termini non aggiustati), ben sotto le previsioni degli economisti di 16,2 miliardi di euro si surplus: lo stesso indicatore nel 2014 era pari a 11,2 miliardi di euro.

Questi dati seguono quelli, altrettanto negativi, che hanno confermato come l'economia stia risentendo in maniera evidente del rallentamento cinese e dei mercati emergenti in generale. In netto rosso, quindi, anche la produzione industriale tedesca, scesa ad agosto dell'1,2% rispetto al mese precedente contro le attese degli economisti per un +0,2% e anche gli ordini all'industria, in calo a loro volta dell'1,8% rispetto al mese precedente, contro le attese di crescita per lo 0,5%. Insomma, la locomotiva d'Europa arranca e ora che allo scandalo Volkswagen si è andato ad unire anche il profit warning di Deutsche Bank (perdite nette per 6,2 miliardi di euro nel terzo trimestre, con raccomandazione di taglio o eliminazione del dividendo), la situazione non può che peggiorare.

 

 


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