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SPY FINANZA/ La festa col "trucco" della Borsa cinese

Pubblicazione:martedì 13 ottobre 2015

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Certamente un collasso imminente non è il cosiddetto scenario base per molti analisti, ma il mercato obbligazionario cinese, un gigante da 6,7 triliardi di dollari, sta inviando gli stessi segnali dall'allarme che hanno anticipato il crollo dei titoli azionari: valutazioni ai massimi, crescita della leva degli investitori e profitti delle aziende che si contraggono. Il problema è che il governo si trova di fronte a un rischio duplice: se non interviene, la bolla continuerà a espandersi, se invece interviene rischia di scatenare un crash nel comparto a causa del deleverage troppo rapido. Insomma, maneggiare con molta prudenza. E la correlazione tra calo degli indici di Borsa e performance dei bond corporate è totale, visto che ha scatenato un aumento del 91% delle emissioni nel terzo trimestre di quest'anno, come ci mostra il grafico a fondo pagina: gli investitori hanno venduto titoli durante il calo dello Shanghai Composite cominciato il 12 giugno scorso (-38,4% ad oggi) e hanno utilizzato il cash intascato per comprare debito, vedendo quel mercato come sicuro perché immune da rischi di default e reso più attrattivo dai cinque tagli dei tassi operati dalla Pboc dallo scorso novembre. 

I rendimenti dei bond corporate di massimo rating con scadenza a cinque anni sono calati di 79 punti base quest'anno, arrivando al 4,01%, mentre il premio di rendimento su securities governative di identica scadenza è sceso di 97 punti base, vicino ai minimi dal 2009. In netto contrasto la situazione a livello globale, visto che i rendimenti nel comparto corporate sono saliti di 26 punti base al 2,92%. E attenzione, perché un'inversione di tendenza nel mercato obbligazionario potrebbe danneggiare l'economia cinese molto più di quanto fatto dalla sell-off azionario, esacerbando le fughe di capitali dal Paese. 

Il tonfo delle equities, di fatto, rifletteva meramente i timori riguardo l'economia cinese, mentre un crash sull'obbligazionario significherebbe che quei timori sono diventati realtà e c'è convinzione che i debiti corporate non verranno pagati: nemmeno a dirlo, un collasso del credito in Cina si riverbererebbe immediatamente su tutti i mercati emergenti attraverso sell-off anche brutali di vari assets. Fino adesso il livello dei default in Cina è stato molto basso, perché il governo ha orchestrato salvataggi più o meno palesi di aziende in crisi: finora ad andare a zampe all'aria su obbligazioni vendute nel mercato interno sono state solo quattro ditte. 

Il problema è che l'impegno del governo in una forma - ancorché inedita e non ortodossa - di Qe potrebbe involontariamente innescare una sell-off su questo comparto così esposto alla leva, spingendo i money-managers a liquidare le loro detenzioni di bond per rigettarsi sul mercato azionario, primo beneficiario delle manovre di stimolo delle autorità e oltretutto ritornato su valutazioni dei titoli meno lunari di quelle pre-crollo (ancorché alte, soprattutto nella ratio di utile per azione). Il tutto in un contesto di leva ai massimi per amplificare i profitti, un qualcosa che si tramuterebbe in un disastro in caso di spirale ai ribasso dei prezzi di quel debito: il volume mensile di accordi di riacquisto bond - una forma di prestito utilizzata dagli investitori per aumentare il loro potere d'acquisto - è salito dell'83% da gennaio, raggiungendo i 39 triliardi di yuan a settembre, stando a dati di Chinamoney. 

 


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