BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Il nuovo "rompicapo" cinese per i mercati

Pubblicazione:mercoledì 14 ottobre 2015

Infophoto Infophoto

Capite che dette dal sottoscritto queste cose fanno un effetto, visto che ne parlo da mesi, ma sparate in faccia dalla principale banca d'investimento del mondo ne fanno un altro e rischiano di innescare ulteriore tensione e volatilità. Vediamo di capirla meglio questa terza fase, per poi arrivare all'interconnessione di cui vi parlavo prima. 

Dunque, il punto di svolta è stato nel 2013, quando il "taper tantrum" innescato dalla decisione dell'allora capo della Fed, Ben Bernanke, di chiudere il Qe3 e mettere in agenda un primo rialzo dei tassi bloccò il flusso infinito di capitale che era fino ad allora arrivato alle economie emergenti. In quasi contemporanea, finiva anche il super-ciclo delle commodities, seconda fonte di sostegno della crescita economica di quei Paesi. Ora siamo al punto massimo, ovvero il rallentamento cinese che ha depresso ancora di più il prezzo delle materie prime: la crisi è al suo acme. 

Insomma, una sfida non da poco a cui però potrebbe unirsene un'altra, sottovalutata se non ignorata, la famosa interconnessione di cui vi parlavo: i debiti nascosti di quei Paesi, soprattutto verso la Cina. Pensiamo al Messico, fino a quando non scoppiò la crisi del peso nessun sapeva che le banche private di quel Paese avevano preso pesanti rischi sul valutario attraverso strumenti fuori bilancio, ovvero derivati. Stessa cosa per la Thailandia, la cui Banca centrale aveva dilapidato le sue riserve, visto che i 33 miliardi di dollari ufficialmente comunicati non accantonavano capitale necessario per far fronte a contratti con scadenze future, ma già in essere: di fatto, c'era un solo miliardo di dollari in cassa, ma fino allo scoppio della crisi asiatica del 1997 nessuno sapeva nulla. Stessa cosa, pur non essendo un Paese emergente in senso classico, per il debito greco, rimasto nascosto fino al 2010 grazie alla contabilità creativa dei vari governi succedutisi. Bene, oggi il rischio potrebbe essere il debito che quei Paesi hanno contratto con la Cina nell'ultima decade, attraverso l'opaco sistema di transazioni finanziarie del Dragone. 

Durante il boom infrastrutturale interno, Pechino ha infatti finanziato grossi progetti nei Paesi emergenti, oltretutto in dollari, quindi con un rischio valutario che va ad aumentare il profilo di vulnerabilità dei bilanci di quelle nazioni. Né la Banca Mondiale, né quella per i regolamenti internazionali hanno dati precisi sugli ammontare e sulle forme di prestito utilizzate, ma Global economic governance initiative e Inter-American dialog hanno tracciato i dati progetto dopo progetto e ci possono fornire una proiezione dell'entità dei prestiti cinesi ad alcune nazioni latino-americane, ponendoli in percentuale rispetto al Pil di quei Paesi, come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

Come vedete, il già disastrato Venezuela di Maduro  si è indebitato con la Cina per l'equivalente del 18% del suo Pil tra il 2009 e il 2014, mentre l'Ecuador per oltre il 10%. Bassissimo l'indebitamento brasiliano, 1% e quasi nulla quello del Messico, Paese che però vanta stretti legami commerciali con gli Usa. Il problema è che queste sono proiezioni e nessuno, se non i protagonisti, hanno certezza su quanti soldi la Cina ha versato a quei Paesi, né tantomeno le modalità di accountability con cui sono stati messi a bilancio. Insomma, potrebbero essere anche molto più alti quei debiti. 

 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >