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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il nuovo "rompicapo" cinese per i mercati

I Paesi emergenti vivono un momento particolare con non buone prospettive, che potrebbero essere aggravate dai loro legami con la Cina. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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La crisi della Cina non accenna a terminare. Anzi, mese dopo mese i dati macro parlano chiaramente di un rallentamento che si sta trasformando in stallo. Stando a fonti governative, lo scorso settembre le esportazioni della Cina espresse in dollari sono scese del 3,7% rispetto a un anno prima (-1,1% in yuan), dopo il calo più forte del 5,5% (-6,1% in yuan) ad agosto. Le importazioni, invece, sono crollate del 20,4% (-17,7% in yuan) anno su anno, contro il -13,8% (-14,3% in yuan) registrato ad agosto: il disavanzo commerciale è di conseguenza salito a 60,3 miliardi di dollari dai precedenti 60,2 di agosto. 

Le esportazioni sono appesantite da un costo del lavoro più elevato e dalla più forte concorrenza di Paesi a basso costo del lavoro nel Far East. A ridurre l'export di settembre, a detta di alcuni economisti, ha contribuito anche l'esplosione nel porto di Tianjin e la chiusura temporanea delle fabbriche per la parata militare a Pechino (lo scopo era ridurre l'inquinamento). Il target sull'export fissato dal governo per tutto il 2015 è una crescita del 6%, contro il +7,5% del 2014 e il +8% del 2013: entrambi i due precedenti non sono stati raggiunti. 

Nel frattempo, anche l'indice della produzione di settembre è sceso per la seconda volta di seguito, mentre le riserve in valuta estera sono calate di oltre 40 miliardi di euro e il settore immobiliare non riesce a ripartire. Insomma, guai in vista. Soprattutto per una pericolosa interconnessione in atto e in dinamica di accelerazione. In un report molto pessimistico, ieri Goldman Sachs dichiarava che siamo entrati nella terza fase della crisi finanziaria cominciata nel 2007: all'inizio furono i mutui subprime e la conseguente esplosione della bolla finanziaria, poi fu la volta della crisi del debito europeo e oggi siamo alla "terza onda", determinata dalla crisi dei mercati emergenti, come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

Ecco la spiegazione di Goldman: «Con i rendimenti dei bond in termini reali vicino allo zero e la politica dei tassi ai minimi storici, questa straordinaria combinazione di eventi ha fatto emergere preoccupazioni riguardo la sostenibilità dei return finanziari su una base di prospettiva futura, soprattutto se le forze deflazionistiche dovessero continuare a svilupparsi. Inoltre, con la Banche centrali dei Paesi sviluppati che cominciano a parlare di innalzamento dei tassi di interesse, i tassi sugli assets più sicuri, come i debiti governativi, dovrebbero salire. Questo crea minor incentivo nel prendersi rischi legati alla ricerca di rendimento migliore su mercati come quelli emergenti: gli investimenti vengono spostati fuori dai mercati emergenti e questo rende più difficile finanziarsi per le aziende di quelle nazioni e più oneroso finanziare grossi progetti attraverso l'indebitamento, portando a un rallentamento dell'economia globale». 

E ancora: «Il problema è che le differenti fasi della crisi continuano a interagire tra loro, visto che il collasso dei mercati emergenti ha colpito l'Europa proprio nel momento peggiore, nello stesso modo in cui la crisi del debito sovrano in Europa ha fatto deragliare la ripresa economica Usa nel 2010 e 2011. I mercati emergenti si stavano muovendo verso l'ottimismo, supportati dalle politiche di stimolo Usa e dalla crescita del credito. Ma quando finalmente l'Europa è entrata in una fase di crescita nel 2012, aiutata da politiche di allentamento, proprio gli emergenti sono entrati nella successiva fase di disperazione. Quindi, se anche questa dovesse essere l'ultima fase della grande crisi, non finirà fino a quando non sarà eliminato tutto l'eccesso di credito nei mercati emergenti. E le perdite non saranno assorbite».