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SPY FINANZA/ I 5 indizi per credere a una nuova crisi dei mercati

Pubblicazione:giovedì 15 ottobre 2015

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Terzo segnale, l'economia reale e i dati macro. Di fatto, in un mercato sano i prezzi degli assets sono il riflesso della crescita economica sottostante e nell'attuale ciclo economico siamo decisamente lunghi. Il primo grafico a fondo pagina è relativo all'Economic Output Composite Index (Eoci), il quale comprende il Chicago Fed National Activity Index (un ampio misuratore con 85 sotto-componenti), i sondaggi regionali della Fed sul comparto manifatturiero, l'indice Nfib, l'indice Lei e il Chicago Pmi, altro indice manifatturiero: la correlazione tra questo maxi-indice e la reale attività economica è altissima. Come notate, oggi l'indice Eoci è sceso ai livelli raggiunti i quali negli scorsi anni la Fed ha dato vita a manovre di stimolo e allentamento monetario, come il Qe e non di contrazione monetaria come l'aumento dei tassi che la Yellen vorrebbe operare entro fine anno. Questo andamento ci dice una cosa, chiarissima: l'economia Usa non è forte abbastanza per sopportare nemmeno un aumento di un quarto di punto. Inoltre, noterete che non solo i netti cali nell'Eoci sono coincidenti con un indebolimento dell'attività economica, ma anche con un calo dei prezzi degli assets. 

Quarto segnale, gli investitori professionali e istituzionali hanno abbandonato l'approccio "Buy & Hold", ovvero acquista e detieni a bilancio. A confermarlo, a mio avviso, ci ha pensato un recente report di Ubs. Eccone le parti principali: «Non c'è nulla di buono in generale, siamo in un ambiente economico e finanziario dove nulla è buono. A un certo punto, si disconnetterà e lo farà in maniera molto aggressiva, con ripercussioni significative e contro le quali sarà difficile sia prepararsi che operare un hedging efficace. Non possiamo più prendere nulla per garantito. Stiamo vivendo una sfida attraverso uno scenario da "cigno nero" ogni mese, ogni settimana, ogni giorno. Stiamo cercando di capire in quale scenario ciò che abbiamo di fronte e un'opportunità e quale invece non lo è, con potenziali perdite a corredo». 

Quinto segnale, una possibile crisi di liquidità nel credito. Come ci mostra l'ultimo grafico, frutto dell'ultimo studio compiuto dagli analisti di Ubs, Ramin Nakisa, Stephen Caprio e Matthew Mish, i mutual fund ibridi e gli Etf oggi come oggi detengono una componente molto ampia di bond ed equities. Basti dire che Microsoft ha l'allocazione in dollari maggior per i fondi ibridi con 7,4 miliardi stipati in portafogli mixati di mutual fund, seguita da JP Morgan con 6,3 miliardi e Verizon con 5,8 miliardi. Anche se uno scenario da carneficina sul mercato obbligazionario che forzi i mutual funds a vendere i loro titoli azionari e i Treasuries che hanno in detenzione è lungi dall'essere all'orizzonte, resta comunque un'ipotesi da non tralasciare, né sottovalutare. 

Così concludono il loro studio gli analisti: «Crediamo che ci sarebbe bisogno di uno shock sistemico per innescare un problema di liquidità nel credito, ovvero un ulteriore calo del prezzo del petrolio, un altro rally del dollaro e un'altra sorpresa negativa relativa alla crescita nei mercati emergenti. Anche se questo è uno scenario di tail risk, riteniamo che sia di un tipo che non possa essere ignorato». Poi non dite che non vi avevo messo in guardia per tempo.

 

 



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