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SPY FINANZA/ Le nuove "prove di forza" tra Usa e Russia in Medio oriente

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Alla fine, la decisione finale spetterà a Baghdad: ovvero, decidere se mettere in pericolo la sua relazione con gli Stati Uniti, i quali hanno dedicato al Paese molti più sforzi in termini militari rispetto alla Siria, o ritenere che i vantaggi di una partnership con Mosca valgano bene la perdita del supporto Usa. Il quadro che si sta delineando, però, è il seguente: prima la Russia aveva solo una base navale a Tartus, ora invece dispone a pieno anche di una base aerea a Latakia, la quale consente alle forze russe di colpire con efficacia obiettivi iracheni attraverso i raid aerei ma anche di poter raggiungere, sempre con i caccia, il Canale di Suez, un chokepoint chiave per il mercato del petrolio e il commercio globale, come ci mostra la prima cartina a fondo pagina. 

Quindi, già oggi, possiamo porci la seguente, fondamentale e dirimente domanda: come reagirà l'America a questo equilibrio nuovo in evoluzione? Washington cederà lo spazio aereo ai caccia russi in Iraq come ha fatto in Siria o siamo al punto di rottura dopo il quale gli Usa decideranno che il troppo è troppo e contrasteranno il power play di Mosca in Medio Oriente? Con le tensioni saudite che crescono e la campagna per le presidenziali entrata nel vivo con il primo dibattito tra i candidato democratici, propendo per la seconda soluzione. E non è detto che Washington propenda per la ritorsione bellica. Anzi. La questione resta centrata su un unico, vero obiettivo: l'Iran. 

Se Teheran proseguisse indisturbata nella sua politica filo-siriana al fianco di Mosca e tentasse il blitz sciita in Yemen in chiave anti-saudita, di fatto "sigillando" i confini di Riyad e degli altri Paesi del Golfo, metterebbe in quarantena non solo il wahabismo, ma le stesse riserve petrolifere e il loro potenziale, come ci mostra l'ultima cartina. Di fatto, si sostanzierebbe quanto vi ho descritto la scorsa settimana parlando della strategia energetica di Mosca nel suo interventismo mediorientale. Isolare l'Arabia e costringerla a tagliare la produzione in sede Opec, per arrivare entro la primavera al barile a 100 dollari, sviluppo che non vedrebbe certo gli Stati Uniti strapparsi le vesti. 

Ma l'Iran, esponendosi così tanto, presta il fianco anche a possibili errori strategici e al rischio di una false flag che faccia vacillare l'accordo sul nucleare, fondamentale per vedersi tolte le sanzioni e tornare a produrre a pieno regime. E siccome proprio il Paese degli ayatollah potrebbe diventare il primo esportatore non solo di greggio ma anche di gas naturale, scalzando il Qatar, il potere di ricatto in mano a Teheran diventerebbe troppo, sia per Riyad che per Israele, il quale non a caso sta operando una subdola politica di apertura verso Mosca proprio per testare le intenzioni e le reazioni dell'alleato storico, ovvero gli Usa. Ora la palla passa in mano a Washington, attendiamoci novità a breve. Ma più che ai missili, io presterei attenzione al rublo. 

 

 



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