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SPY FINANZA/ I "grandi affari" degli Stati sulle materie prime

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Non è un caso infatti che mentre Mosca rubava a Riyad il trono di primo fornitore di Pechino, Russia e Cina votavano assieme la mozione sulla Siria al Consiglio di sicurezza dell'Onu, di fatto dichiarando guerra agli interessi sauditi nell'intera area. Il tutto, mentre l'Arabia sta pagando un prezzo molto alto non solo al petrolio ma anche alla proxy-war che sta combattendo in Yemen contro i ribelli armati da Teheran, di fatto una trasposizione per procura dello scenario siriano. Ed ecco che sempre mercoledì, come ci mostra il grafico a fondo pagina, per la seconda volta quest'anno Mosca ha superato Riyad come fornitore di greggio della Cina, la quale ha acquistato 4,04 milioni di tonnellate metriche dalla Russia, circa 988mila barili al giorno. Stiamo parlando del 42% in più dello stesso periodo dell'anno scorso e del 31% in più rispetto al dato di agosto, con l'Oman al terzo posto e l'Angola al quarto. 

Per Gao Jian, analista alla Sci International di Shandong, «la battaglia più grande per la fornitura di greggio alla Cina è tra Russia e Arabia Saudita, ma Mosca sta guadagnando terreno grazie alle sue pipeline e al rinnovato interesse per le sue piccole raffinerie indipendenti, le cosiddette teapots». Grazie alla pipeline diretta tra la Siberia dell'Est e il Nord della Cina, l'export russo è aumentato molto e anche le spedizioni via mare attraverso il porto di Kozmino hanno garantito un grosso guadagno in termini di fornitura: inoltre, ancora più strategico, il fatto che dall'inizio di quest'anno, Gazprom vende il greggio alla Cina in renmibi, quindi by-passando il dollaro, con ciò che ne consegue. Ovvero, un'ulteriore messa in discussione del riciclo di petrodollari nel sistema finanziario in assets Usa e la nascita, potenziale, del petroyuan, essendo la Cina l'unico player che per almeno altri tre anni pieni comprerà petrolio a piene mani, a fronte del rallentamento della domanda e della sua economia, per riempire le riserve strategiche. 

Insomma, sottotraccia equilibri energetici e finanziari consolidati da decenni stanno lentamente ma profondamente cambiando. Tanto più che, al netto delle sparate da "impero del male", il detto pecunia non olet è più che mai vero, tanto che nel mese di novembre il presidente iraniano, Hassan Rouhani, sarà in Italia e in Francia per siglare degli accordi di sviluppo relativi ad alcuni dei 15 progetti minerari per cui Teheran sta cercando investitori esteri, spaziando dallo zinco all'oro all'acciaio, tutti campi che otterranno grande slancio dalla fine delle sanzioni dopo l'accordo sul nucleare. 

A confermare le visite europee e le intenzioni è stato il vice-ministro per l'Industria, le miniere e il commercio iraniano, Mehdi Karbasian, a detta del quale le condizioni per le concessioni dei progetti saranno pubblicate entro quattro mesi, con il primo già reso noto per la costruzione di una miniera d'oro a Neekouyeh, a ovest di Teheran. La produzione d'oro del Paese è prevista che triplichi dal livello del 2013 per arrivare a 321.507 once entro il prossimo anno, con acciaio, cromo, alluminio, bauxite, zinco e rame il cui output è anch'esso visto in grande aumento, stando a dati dello US Geological Survey. 


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