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SPY FINANZA/ I "grandi affari" degli Stati sulle materie prime

Pubblicazione:sabato 24 ottobre 2015

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Ormai è guerra di nervi e il silenzio relativo che regna attorno alla questione siriana, in questi ultimi giorni, non dice nulla di buono. E non a livello di quadro meramente bellico ma di riequilibrio dell'area e del suo principale driver, il petrolio e le risorse naturali. Dopo un anno di rilevanti conseguenze economiche dettate dal calo del prezzo del petrolio, l'Opec sembra infatti giunta al punto di poter rallentare significativamente la produzione di greggio statunitense. Come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, infatti, l'output americano è tornato ai livello del novembre 2014, proprio quando l'Opec decise di non tagliare la produzione giornaliera sotto i 30 milioni di barili per cercare di difendere quote di mercato, soprattutto dall'aggressione dello shale. E stando a dati dell'International energy agency, la domanda di greggio del cartello di produttori quest'anno registrerà una crescita. 

Insomma, la strategia avrebbe funzionato: invece che pareggiare la produzione per prevenire una sovra-fornitura al mercato, l'Opec ha operato il più classico degli squeeze, continuando a pompare e facendo così in modo che fossero i prezzi in calo a mettere in difficoltà i competitori con costi di gestione più alti. A oggi il prezzo del greggio resta del 33% più basso di quando l'Opec svelò la sua nuova politica il 27 novembre dell'anno scorso, ma contestualmente la produzione Usa è scesa di 500mila barili al giorno dal picco ai massimi di trent'anni raggiunti a giugno, con 9,1 milioni al giorno. E sempre stando all'Eia, le perdite aumenteranno l'anno prossimo, con un calo di 390mila barili al giorno e una produzione media giornaliera di 8,86 milioni, di fatto facendo la fortuna soprattutto dell'Arabia Saudita, visto che la domanda di greggio verso il cartello dei produttori salirà a 31,1 milioni di barili al giorno l'anno prossimo dai 29,3 dello scorso. 

Ma attenzione, perché Riyad e soci potrebbero cantare vittoria troppo presto, ammesso che il meeting tecnico tenutosi mercoledì a Mosca non abbia fatto emergere una strategia comune, difficile viste le tensioni geopolitiche tra i vari membri in molte aree calde. Il prezzo medio di una selezione di greggio quest'anno è stato del 46% più basso che nel 2014, il corrispettivo di una perdita di entrate sull'export pari a 370 miliardi circa. E se già oggi l'Arabia Saudita si trova a fare i conti con un deficit di budget di circa il 20% del Pil a causa delle minori entrate sul petrolio, le tensioni sulle cosiddette "Fragile five" - Algeria, Iraq, Libia, Nigeria e Venezuela - potrebbero peggiorare il quadro. Ma non basta, perché come ci mostra il secondo grafico, mercoledì il Department of Energy statunitense ha reso noto che le scorte sono cresciute di 8,028 milioni di barili, il livello di aumento settimanale più alto dal 3 aprile, a fronte di una produzione Usa invariata: non a caso, il contratto dicembre è immediatamente calato nel range dei 44 dollari al barile. 

Strategia su strategia, anche da parte degli Usa? Io vi invito a tenere d'occhio un terzo protagonista, ovvero proprio la Russia, la quale lo scorso maggio per la prima volta in assoluto aveva superato proprio l'Arabia Saudita come primo fornitore di petrolio della Cina, la quale, come vi ho detto, da qui al 2020 completerà il riempimento delle sue riserve strategiche e quindi è l'unico player davvero attivo sul mercato. E se Mosca guarda a Pechino per ottenere un po' di sollievo finanziario dalle sanzioni occidentali, da una prospettiva geopolitica lo scostamento in atto è simbolico. 


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