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MANOVRA 2015/ La scommessa di Renzi dietro il "finto" taglio delle tasse

Pubblicazione:martedì 27 ottobre 2015 - Ultimo aggiornamento:martedì 27 ottobre 2015, 15.40

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

«Quella per il 2016 è una legge di stabilità con tre forti criticità: il taglio delle tasse sulla casa non progressivo; l’innalzamento del tetto del contante; l’aumento delle entrate dal gioco d’azzardo». A rimarcarlo è Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all'Università Tor Vergata di Roma. Dopo che la manovra ha ottenuto il via libera del presidente della Repubblica, incomincerà il suo iter di approvazione al Senato. Nel complesso la Finanziaria raccoglie risorse per 28,6 miliardi di euro, mentre il deficit aumenta di 14,5 miliardi. L’intervento maggiore è quello relativo alle tasse, pari a 23 miliardi, di cui 4,3 miliardi sono vere e proprie riduzioni mentre 16,8 miliardi servono a disinnescare le clausole di salvaguardia.

 

Professore, che cosa ne pensa del fatto che alla fine i tagli delle tasse veri e propri siano circa un sesto degli interventi fiscali complessivi?

Un mancato aumento delle tasse non è la stessa cosa di una riduzione delle tasse. Il disinnesco delle clausole di salvaguardia non ha necessariamente effetti espansivi, soprattutto se i consumatori non sono molto razionali. È verosimile che la gente non avesse già incorporato l’aumento dell’Iva, e questo limita fortemente l’effetto espansivo della manovra.

 

Quale impatto sull’economia possono produrre questi 4 miliardi di taglio delle tasse?

L’impatto in teoria non sarà particolare. Da questo punto di vista però contano anche quelle che sono le aspettative. Su questo Renzi sta lavorando molto, nel senso che sta insistendo sul messaggio che siamo entrati in uno scenario di riduzione delle tasse. Se queste aspettative sono ritenute credibili, la gente potrebbe comunque aumentare i suoi consumi anche se non c’è un impulso diretto molto forte.

 

Nel frattempo il deficit aumenta. Quali sono i rischi legati a questa scelta?

Il problema è che il governo di fatto sta venendo meno alle regole del Fiscal compact. Lo fa in modo soft, senza mettersi direttamente contro, ma di fatto chiedendo una serie di deroghe a questa regola. Queste ultime comunque andrebbero consentite in quanto l’Italia resta uno dei Paesi più virtuosi, perché ha un rapporto deficit/Pil sotto al 3% e in leggero calo.

 

Quali possono essere però gli effetti sul debito?

È chiaro che è nell’interesse di tutti che il debito sia ridotto, in quanto rappresenta comunque un onere. Anche se attualmente, grazie al Quantitative easing, l’Italia riesce a rifinanziare il suo debito a tassi irrisori, in media pari allo 0,7%. Va però ridiscusso l’intero piano di rientro dal debito, rendendolo meno drastico. Di fatto questo sta già in qualche modo avvenendo. Ritengo in particolar modo interessante la proposta della Commissione Ue, che ha assunto il controllo delle procedure di rientro dal debito anziché lasciarle agli Stati e all’egemonia della Germania. Da questo punto di vista alcune cose sono cambiate.

 

La spending review al netto sarà di 3,4 miliardi. La ritiene sufficiente?


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