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Quotazione Poste Italiane/ Un successo che "dimentica" gli investimenti

Le azioni di Poste Italiane hanno fatto il loro esordio ieri in Borsa. Per Francesco Caio, ad della società, è stato un grande successo. Il commento di SERGIO LUCIANO

Francesco Caio (Infophoto) Francesco Caio (Infophoto)

QUOTAZIONE POSTE ITALIANE. Ha ragione Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane, a parlare di “grande successo” a proposito della quotazione in Borsa dell’azienda, di quel 34-38% del capitale andato a ruba, di quei 3,3 miliardi che entreranno, per questo, nelle casse assetate del Tesoro dello Stato, andando a ridurre, sia pur di pochissimo, quella minacciosa montagna di 2000 miliardi di debito pubblico che incombe come una tara sulla nostra economia. Ha ragione Caio, e ne ha sicuramente gran merito, perché è un manager dalla vasta esperienza e dall’eccellente reputazione internazionale che, anche a costo di farsi molti nemici in azienda, ha saputo ben rappresentare sui mercati le tante qualità positive di Poste, minimizzando i pur non lievi difetti e quindi massimizzando gli introiti per lo Stato. Esauriti i complimenti, è però d’obbligo anche un’analisi sugli equivoci da fugare e sui meriti veri da ricordare e da non confondere con quelli esagerati se non millantati che in queste ore di “gloria” risuonano un po’ ovunque... Lo è, d’obbligo, soprattutto rispetto alla consueta enfasi con cui il premier Matteo Renzi ha decantato l’impresa. Vediamo innanzitutto di ricostruire come è riuscita Poste ad andare in Borsa.

C’è riuscita perché Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro, nel 1998, decise di intervenire sulle Poste imprimendone una svolta gestionale di forte matrice privatistica che ne risanasse la gestione e a questo scopo ingaggiò Corrado Passera, allora amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto. Passera fece una serie di cose opportune, sempre mantenendo un’ammirevole “pace sociale” nonostante tagli e ottimizzazioni sul lato dei costi; ma soprattutto ebbe due meriti storici, quelli di valorizzare la capillarissima rete di sportelli di Poste Italiane - all’epoca 14 mila oggi qualche centinaia di meno - utilizzandoli per lanciare una banca, il Banco Posta, e una grande compagnia vita, Poste Vita, che sono tuttora i due “gioielli della corona” del gruppo. Da soli, valgono a compensare quell’aspetto fatalmente meno “appetibile” costituito dai servizi postali tradizionali, esposti alle incertezze di Internet, e soprattutto del cosiddetto “servizio universale”, ossia l’obbligo di consegnare la corrispondenza anche nei luoghi e con le modalità non redditizie legate però al ruolo sociale della corrispondenza.

Si può quindi legittimamente dire che le Poste piaciute al mercato sono quelle progettate da Passera con l’avallo di Ciampi. Senza trascurare il ruolo, forse non altrettanto rivoluzionario ma certamente innovativo soprattutto sul fronte tecnologico, avuto dal successore di Passera Massimo Sarmi. E veniamo alle ragioni eccessive dell’euforia di queste ore. Per l’Italia, per la bistrattata Azienda Italia che solo negli ultimi mesi sembra aver ritrovato la via della crescita, vendere bene le tante cose buone che ha - aziende pubbliche, beni demaniali, titoli di Stato - è difficile. Ma in fondo non è la cosa “più difficile”. La vera impresa è attrarre investimenti su nuovi progetti, su nuove imprese. E soprattutto investimenti dall’estero.