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SPY FINANZA/ Così le banche centrali possono "spingere" il petrolio

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Per la serie, anche i ricchi piangono. Nonostante l'Arabia Saudita abbia circa 650 miliardi di dollari di riserve valutarie per sopportare finanziariamente il crollo dei prezzi del petrolio, stando a dati del Fondo monetario internazionale non ci vorrà molto tempo prima dell'esaurimento di queste riserve al ritmo corrente della spesa pubblica del Paese. A detta del recente rapporto del Fondo, infatti, il calo del prezzo del petrolio da circa 100 dollari al barile nel 2014 ai 45 dollari della scorsa estate è già costato a tutti gli esportatori di petrolio del Medio Oriente circa 360 miliardi di dollari di minori incassi quest'anno e senza un'azione drastica molti Paesi dovranno ricorrere alle loro riserve valutarie entro cinque anni. 

Il World Financial Survey dello scorso 15 ottobre riporta infatti che «a parte il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, (i Paesi esportatori) sarebbero a corto di cassa in meno di cinque anni, a causa dei loro massicci deficit di bilancio pubblico». L'Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio della regione, è particolarmente vulnerabile in quanto il 90% dei suoi ricavi da esportazione proviene dal settore petrolifero: di più, il Paese si basa sulle sue riserve per contribuire a finanziare la spesa pubblica e ha speso più di 70 miliardi di queste riserve da quando i prezzi del petrolio hanno cominciato a precipitare. Questo calo ha già obbligato Riyad a chiudere il bilancio in deficit per mantenere alta la spesa pubblica e il Fmi segnala che il Paese dovrebbe chiudere il 2015 con un deficit di bilancio pari al 21,6% del Pil, per poi scendere al 19,4% del Pil nel 2016, ciò a fronte di un deficit che rappresenta il 3,4% del Pil dello scorso anno. 

Segue poi un preciso avvertimento del Fondo monetario: «Poiché è probabile che il calo del prezzo del petrolio sia ampio e persistente, i Paesi esportatori di petrolio dovranno adeguare le proprie politiche di spesa e di entrate per garantire la sostenibilità fiscale, raggiungere equità intergenerazionale e gradualmente recuperare terreno. I piani di aggiustamento della maggior parte dei Paesi esportatori di petrolio [in Medio Oriente e Nord Africa] sono attualmente insufficienti per affrontare la grande sfida fiscale». Ma attenzione, perché al netto dell'ulteriore tonfo in area 42 dollari patito ieri dal Wti, una dinamica in atto potrebbe significare la salvezza non solo per l'Arabia Saudita ma per tutti i Paesi che basano il loro benessere economico sul petrolio e ce la mostra il grafico a fondo pagina. 

Più che con il precedente del 2007, guardando all'indice Nasdaq la correlazione in atto pare infatti quella con il 1998-1999, ovvero subito dopo il salvataggio di Ltcm e prima dell'esplosione della bolla dot.com. Anche all'epoca, infatti, un mercato rialzista e una ripresa economica guidata dagli Usa furono bruscamente interrotti dalla crisi dei mercati emergenti, proprio come oggi e il rischio di un tonfo a cascata che trasmettesse le perdite di Wall Street alla cosiddetta Main Street era alto (il Nasdaq calò del 33% tra luglio e ottobre 1998, quando Ltcm andò in default), quindi i regolatori attuarono immediatamente una politica di allentamento monetario. Il combinato di liquidità a pioggia e sentiment aggressivo degli investitori portò a un morphing della situazione che innescò un enorme bull market tra la fine del 1998 e l'inizio del 1999, tale da portare al rialzo non solo le valutazioni ma anche i tassi di interesse e innescando la crescita della bolla tech. 

 



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COMMENTI
28/10/2015 - Analogie interessanti (Giuseppe Crippa)

Davvero interessanti i grafici presentati oggi, grazie Bottarelli! Mi chiedo se esista un software in grado di analizzare l’andamento borsistico di singoli titoli (o settori merceologici) e ritrovare nel passato trend simili a quelli, per esempio, degli ultimi mesi così da presupporne, per analogia, l’andamento nel prossimo futuro. Se non esistesse, questa potrebbe essere un’idea per una nuova piccolissima start-up…