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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "jolly" di Putin contro Usa e Ue

Vladimir Putin (Infophoto)Vladimir Putin (Infophoto)

Oggi, come detto prima, la Russia è ancora una volta in crisi economica, fiaccata da un lato dai mancati introiti dell'export petrolifero e dall'altro dalle sanzioni occidentali per la guerra di Crimea, con in più un notevole carico di debito estero denominato in dollari che, se per caso la Fed decidesse di alzare i tassi anche solo di un quarto di punto entro fine anno, diverrebbe ancora più insostenibile, sia per il governo che per molte aziende strategiche, Gazprom in testa, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. E se, forte dei successi militari e delle rinnovate alleanze, Vladimir Putin fosse tentato di proseguire ancora una volta la strada del 1998-1999, facendo default sul debito estero? Il 2016 sarà l'anno del deja vù? Ponendo in atto le sanzioni economiche - oltre che spendendo molti soldi per l'operazione in Ucraina e i prestiti a Kiev del Fmi - i Paesi occidentali sembrano infatti non essersi posti due domande fondamentali. 

Primo, chi detiene la maggior parte del debito che diverrebbe inesigibile in caso di default russo? L'Occidente con i suoi governi e le sue banche, non certo la Cina o l'Iran. Quindi, la seconda domanda: al netto di questo, cosa importerebbe a Mosca delle relazioni con l'Occidente in caso di default? Nulla. Ed ecco arrivare conseguente la terza e ultima domanda? Cosa significherebbe per l'Occidente, ovvero per i creditori di Mosca, un default russo? Un disastro. Pensate che portare Mosca davanti a Corti di giustizia internazionali come fanno gli hedge funds con i Paesi del terzo mondo che non pagano coupon e interessi sul debito sia una buona idea? Ripensateci, non questa Russia. 

Ora guardate il secondo grafico, ci mostra la comparazione del prezzo del petrolio con il credit default swap russo a 10 anni. A oggi, l'ipotesi di un default di Mosca non è affatto prezzata dal valore dei cds: tanto per capirci, durante l'ultimo crollo del prezzo del petrolio avvenuto tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009, il cds russo salì del 600% a oltre il 7% e anche all'inizio di quest'anno, quando il prezzo del greggio era più alto di adesso, il cds era più caro del 100%, ma da allora è sceso del 3%. Un assurdo, seguendo una normale pratica di risk analisys, ma è così: per il mercato, nonostante oggi il petrolio sia di nuovo a minimi record e senza prospettive di rapida risalita, il rischio di default russo non compare negli schermi delle sale trading. 

Insomma, l'Occidente è convinto che Putin non userà quell'azzardo come arma difensiva, altrimenti non si spiegherebbe perché il cds sia a livelli più bassi di quanto non fosse a inizio anno, stante la criticità rappresentata dall'export di petrolio per l'economia russa. Non sarà che Putin ha fatto la sua scelta, ovvero puntare tutto sul comparto energetico ma soprattutto sull'alleanza strategica con la Cina e i mercati emergenti in generale, dimostrando all'Occidente che non solo le sue sanzioni sono inutili ma anche controproducenti, come i dati economici della Germania stanno certificando?