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SPY FINANZA/ Gli "affari" del Kazakistan tra Expo, Eni e Usa

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Il cash flow operativo è stato di 7,39 miliardi nei nove mesi (1,71 miliardi solo nell'ultimo trimestre) e, insieme ai proventi arrivati da dismissione di asset non strategici nell'esplorazione e produzione, ha coperto quasi interamente gli investimenti tecnici (8,65 miliardi). Quanto al debito, a fine settembre si è attestato a 18,4 miliardi, in crescita di 1,94 miliardi rispetto al dato di fine giugno (4,7 miliardi su quello di dicembre 2014) per via del pagamento dell'acconto cedola 2015 del gruppo e degli investimenti del periodo. Di conseguenza, peggiora il leverage - cioè il rapporto tra esposizione netta e patrimonio netto - che è aumentato a 0,39 a fine settembre contro lo 0,22 di dicembre 2014. Capite, quindi, che per un gruppo di importanza fondamentale per l'economia italiana come Eni, un'eventuale multa del governo kazako in odore unicamente di "fare cassa" a fronte della crisi economica in arrivo, potrebbe rivelarsi davvero sgradevole, perché in grado di far rallentare il processo di razionalizzazione dei conti in atto e quindi il miglioramento delle performance di mercato rispetto ai competitor. 

E ora vi spiego perché il Kazakistan, nonostante i suoi guai, possa dormire sonni relativamente tranquilli e godersi il lusso non solo di poter organizzare e ospitare il prossimo Expo, ma anche di minacciare multe verso multinazionali estere che operano sul suo territorio. Anzi, ve lo spiega il primo grafico a fondo pagina, il quale ci dimostra come il Paese sia diventato nel tempo un big della produzione mineraria di uranio e che sia oggi il primo fornitore di questo materiale verso gli Usa, stando a recenti dati della U.S. Energy Information Administration riguardo le forniture nucleari agli Stati Uniti. Insomma, i reattori di Zio Sam si nutrono grazie all'uranio kazako, tanto che gli acquisti statunitensi sono saliti del 50% durante il 2014, un totale di 12 milioni di libbre, il livello più alto di sempre. Inoltre, il livello di offerta del Paese è tale da aver schiantato la concorrenza di fornitori storici degli Usa come l'Australia (10,5 milioni di libbre) e il Canada (9,8 milioni di libbre), tanto che l'uranio kazako ha rappresentato il 23% di tutto il minerale richiesto dagli Stati Uniti per le loro necessità nucleari. 

E il perché è presto detto, anzi ce lo dice l'ultimo grafico: il prezzo, visto che nel 2014 il prezzo medio per libbra dell'uranio kazako è stato di 44,47 dollari, 3,50 dollari o il 7,5% in meno di quello australiano e in grado di battere tutti i principali competitor di mercato. Insomma, l'Australia rischia di perdere ulteriori quote di mercato, visto che il Canada nel 2014 ha visto aumentare il suo export verso gli Usa del 25% e che l'industria interna statunitense è la grande sconfitta della partita, avendo registrato un prezzo medio per libbra di 48,11 dollari, ragione che ha portato a un crollo degli acquisti del 65% lo scorso anno. 

Insomma, finché c'è uranio, c'è speranza. Anche questo è un modo di raccontare Expo, forse un po' alla mia maniera ma almeno parlando di argomenti che difficilmente si trovano sulla grande stampa. 



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