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SPY FINANZA/ I "guai" dei Fondi sovrani (e dell'Italia)

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Con circa il 60% degli assets detenuti generati da esportazioni di materie prime, capite da soli quanto siano correlati prezzi del petrolio e crescita degli assets in portafoglio: quindi, se le valutazioni del barile resteranno a questo livello, molte nazioni potrebbero spostare liquidità dai Fondi sovrani alle casse statali per stabilizzare ammanchi di budget, senza contare il rallentamento dell’economia cinese, altro possibile freno all’attività di queste istituzioni fino a poco tempo fa onnivore. Addirittura, a inizio mese il Qatar - il cui fondo è proprietario del complesso di Porta Nuova a Milano - ha emesso bonds per 4 miliardi di dollari per finanziare il proprio deficit di budget dovuto al crollo del prezzo del greggio, emissione che ha avuto una ratio domanda/offerta di quattro volte. Poco prima, anche l’Arabia Saudita aveva seguito la stessa strada di finanziamento sui mercati di capitale.

Per tamponare un deficit di budget che sta avvicinandosi al pericoloso livello del 20% del Pil (130 miliardi di dollari), Riyad ha infatti bisogno di un prezzo del greggio attorno ai 100 dollari al barile, tanto che il governo ha già dichiarato che taglierà di netto tutte le spese non strettamente necessarie. Addirittura, il ministro delle Finanze, Ibrahim al-Assaf , ha dichiarato che «alcuni progetti siglati anni fa e non ancora partiti, verranno rinviati in futuro a data da decidersi».

Il primo grafico a fondo pagina spiega più di mille parole la situazione attuale dell’Arabia Saudita, la quale oltretutto sta spendendo molto per le sue operazioni militari in Yemen. Aramco, l’azienda petrolifera statale, sta discutendo con alcune banche per un finanziamento da 5 miliardi di dollari che vada a rimpinguare le casse dopo la spesa per costruire una raffineria da 400mila barili al giorno a Yanbu: in parole povere, la ricca Arabia deve indebitarsi per continuare a finanziare il proprio budget e i progetti essenziali sotto questo regime di prezzi petroliferi.

La situazione del Qatar è meno drammatica, ma la scorsa settimana, il ministro delle Finanze, Ali Sherif al-Emadi, ha voluto rassicurare i mercati, dichiarando che nessun progetto in agenda verrà cancellato o posticipato, visto che le finanze del governo restano solide. Ma il fatto stesso che si sia ritenuto necessario parlare e rassicurare la dice lunga, visto che cinque membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo nelle stesse ore hanno cominciato a tagliare le spese e i sussidi proprio a causa del continuo ampliamento del deficit di conto corrente dovuto alle mancate o minori entrate petrolifere.

Il Qatar è il leader dell’export di gas liquido naturale e questo consente a Doha di poter gestire un deficit di budget minimo, solo lo 0,7% del Pil, oltretutto avendo un break-even fiscale di 65 dollari al barile rispetto ai 100 dollari dell’Arabia Saudita. Ma come ci mostra l’ultimo grafico, la correlazione storica comincia a far notare un certa sofferenza anche per il Qatar, il quale oltretutto ha dispiegato 1000 uomini in Yemen, dopo che un attacco missilistico ha ucciso 45 soldati degli Emirati Arabi Uniti e 10 sauditi. Se il conflitto proseguirà e, anzi, si inasprirà, questo potrebbe andare a impattare notevolmente sullo stato di salute finanziario del Paese, aggiungendo pressione ulteriore a quella già presente per il basso prezzo del petrolio e la dipendenza dalle riserve valutarie di petrodollari.

Insomma, in linea di principio Padoan fa benissimo a cercare investimento di lungo termine tra i Fondi sovrani, ma fossi in lui non ci conterei troppo, almeno in questo momento storico. Se deve mettere qualcosa a budget, cercherei altrove.

 

 

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