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GEO-FINANZA/ Usa, la sfida alla Cina (e al mondo) destinata al fallimento

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Barack Obama (Infophoto)  Barack Obama (Infophoto)

Come ha affermato recentemente Giuseppe de Lucia Lumeno in un importante libro di prossima pubblicazione, la cifra essenziale della globalizzazione "bastarda" in corso è la separazione (realizzatasi con la deregulation degli intermediari finanziari e la sottomissione della politica ai mercati) tra economia e società, danno gravissimo alle relazioni sociali umane su scala mondiale. Ebbene, l’accordo segna, da un canto, l’inveramento di un disegno imperiale, ma d’altro canto il suo è un definirsi come occasione di scontro e non di dialogo con la potenza emergente dell'Impero di Mezzo, ancorché oggi sprofondata in una crisi per me profondissima. 

In questo contesto non può essere sottaciuto che il trattato assume inevitabilmente il significato di una grande operazione concertata tra una moltitudine di nazioni diretta a contenere la crescente influenza economica della Cina nell’area del Pacifico. Del resto il nulla di fatto registratosi nel corso della visita di Xi Jinping negli Usa conferma questa mia tesi. I veri problemi sollevati dal Trattato sono questi e superano tutti quelli pur essenziali più volte denunciati in Usa e nel mondo dai suoi avversari. 

Ricordo, per esempio, le polemiche sulla protezione dei brevetti farmaceutici, ossia sulla proprietà intellettuale in merito a cui gli Usa hanno sempre posto un'efficace difesa, così come le norme igieniche alimentari e non ultime le condizioni di lavoro e di eliminazione dei dumping sociali nei confronti dei lavoratori, con tutto il grande tema della corporate social, responsabilità oggi esplosa con la truffa sul diesel di marca tedesca… 

Ne sappiamo e ne abbiamo saputo troppo poco su questo Trattato. E poco sappiamo di come si siano concluse le discussioni. Trattative difficili sono inoltre avvenute sull'auto (oggi dovrebbero essere al centro dell’osservazione), sui latticini e in generale sui temi dell'unificazione tecnica dei materiali e delle procedure standard, industriali e non.

L'accordo sconvolge equilibri agricolo-commerciali secolari, con l'apertura dei mercati agricoli di Canada e Giappone e di molti altri paesi asiatici. Non tutti, infatti, sono entusiasti dell'accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. 

Nel dettaglio, l'accordo sul Tpp prevede l'eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l'adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell'Asia-Pacifico, associando l'economia statunitense a quella di altri undici paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
Ora il disegno imperiale dovrebbe essere completato con una visione planetaria e mi riferisco ai lavori in corso per il
Ttip, l'accordo di libero scambi tra l'Unione europea e gli Stati Uniti. Essi tuttavia procedono a rilento, contrassegnati da una segretezza ancor più profonda di quella che ha accompagnato il Trattato testé firmato e da una polemica sotterranea violentissima tra Usa e Germania e in generale l'Europa deflazionista. Il conflitto aperto con la Russia è ora esacerbato dalla questione siriana.

Insomma, siamo dinanzi a un'ambizione senza le ali di un vasto e organico disegno strategico. Da quando gli intellettuali europei hanno cessato di irrorare con il loro lavoro mentale gli Usa, come accadde a seguito di persecuzioni e tragedie, le sterili aule del pensiero non umanistico statunitense nulla di grandioso hanno più prodotto, soffocate da un’economia come triste scienza e da una scienza senza fede, come Allan Bloom aveva previsto molti anni or sono in un libro indimenticabile come "The closing of American mind".

Certo, oggi di europei ne arrivano in massa. Ma ormai sono più nordamericani dei nordamericani e più subalterni dei subalterni locali. In ultima istanza a decidere è sempre la cultura e gli Usa sono un impero che vuol volare senza ali: quelle della cultura.



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