BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ I "guai" del petrolio arrivano sui mercati

Pubblicazione:mercoledì 7 ottobre 2015

Infophoto Infophoto

A dicembre si terrà il meeting dell'Opec a Vienna e già parecchi Stati, Iraq in testa, hanno chiesto all'Arabia Saudita di rivedere la sua posizione rispetto al mantenimento della produzione ai massimi per cercare di far risalire i prezzi, visto che se il Qatar resta profittevole fino a 65 dollari al barili, Riyad ha bisogno del greggio a 100 dollari per bilanciare il suo budget, altrimenti dovrà continuare a bruciare riserve valutarie estere come sta facendo per tamponare i gap dei conti pubblici. A meno che, tra Yemen e Siria, qualcosa non precipiti da qui a dicembre, un evento di portata tale da invertire le dinamiche: ad esempio, la distruzione di grandi siti produttivi o di pipeline per il trasporto. Ma visto che ormai la Siria è a pezzi a livello industriale, con il suo output petrolifero ai minimi dopo che la guerra ha devastato l'economia, dovrà essere un altro grande produttore Opec a subire il danno. Fossi in voi, quando si parla di petrolio, guarderei poco alla Siria e molto a Iran e Iraq: tanto più che un atto che faccia saltare l'accordo sul nucleare iraniano farebbe felice sia l'Arabia Saudita che Israele che gran parte della politica Usa, la quale l'anno prossimo è chiamata a eleggere il nuovo presidente. E le lobbies ebraica e dei petrolieri pesano parecchio. 

Di più, il sistema finanziario Usa ha bisogno di un ritorno anche minimo del riciclo di petrodollari, visto che da un lato il continuo bruciare riserve in biglietti verdi sta rendendo molto alto il costo del finanziamento e dall'altro solo quell'extra garantito dall'export di petrolio permette agli assets denominati in dollari di essere acquistati e detenuti da investitori esteri, garantendo ai prezzi di restare alti e al dollaro di rimanere riserve di riferimento del commercio mondiale. Insomma, la dinamica attuale non può durare ancora per molto. Tanto più che ieri, con un solo giorno di ritardo da quanto avevo scritto lunedì rispetto ai Fondi sovrani che il governo Renzi cerca di portare a investire in Italia, Bloomberg ha diffuso la notizia che il più grande di questi soggetti, il Fondo sovrano norvegese, già dall'anno prossimo dovrà cominciare a liquidare assets e mettere mano agli 830 miliardi di dollari di detenzioni per tamponare i gap di budget statale, come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

Nei primi tre trimestri di quest'anno le entrate fiscali dall'estrazione del petrolio, infatti, sono calate del 42%, quindi nel 2016 le spese supereranno le entrate di budget e vista la natura pro-ciclica del calo dei prezzi del greggio, Oslo non può che cominciare a usare il suo Fondo come bancomat, un qualcosa che si credeva impossibile solo fino all'anno scorso. Lo scorso ottobre le stime per le entrate garantite dal petrolio con il barile fissato incautamente a 69 dollari hanno infatti giocato un brutto scherzo al ministero delle Finanze, visto che quest'anno la cifra reale con il barile a una media di 56 dollari è di 251,6 miliardi di corone, il 30% in meno del preventivato. 

Attenzione, ovviamente non dobbiamo attenderci una vendita di massa di securities, né il fallimento della Norvegia, ma quando giganti simili si trovano costretti a mettere mano al salvadanaio di Stato, vuol dire che il punto di rottura per gli equilibri del mercato è molto vicino. 

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.