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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Usa, la "finta ripresa" che piace ai mercati

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Nel 1977 avevamo una popolazione totale di 220 milioni di abitanti e 61,491 fuori dalla forza lavoro, mentre nel 1997 la popolazione era di 272 milioni e i Nilf 67,968 milioni: quindi, in quei venti anni la popolazione è cresciuta di 52 milioni (23,6%) e i Nilf di 6,477 milioni (10,5%). Veniamo ora al secondo periodo: nel 1982 la popolazione era di 232 milioni, mentre gli esclusi dalla forza lavoro erano 59,838 milioni di persone. A luglio del 2000, fine del ciclo di boom, la popolazione era di 282 milioni e i Nilf erano 68,880 milioni. Quindi, la popolazione è cresciuta dei 50 milioni (22,4%), mentre i Nilf di 9,042 milioni (15,1%). 

Ed eccoci ora all'ultimo periodo, quello che potremmo definire attuale. Nel luglio 2000 la popolazione, come già detto era di 282 milioni di abitanti e i Nilf erano 68,880 milioni, mentre nel settembre del 2015 il dato sulla popolazione era di 322 milioni di abitanti, mentre quello degli esclusi dalla forza lavoro era di 94,718 milioni. Insomma, negli ultimi 15 anni la popolazione Usa è cresciuta di 40 milioni di persone (14,2%), mentre il numero dei Nilf è salito di 25,838 milioni (37,5%)! Insomma, quando la crescita economica è reale e non unicamente finanziaria, la crescita della popolazione è di molto superiore a quella dei Nilf, perché la creazione di lavoro mantiene il loro numero basso come tasso di espansione. 

Il primo grafico a fondo pagina compara i due periodi e ci mostra come nel momento storico-economico che stiamo vivendo l'esercito dei Nilf sia cresciuto di qualcosa come 26 milioni di persone, il 15,6% della forza lavoro nazionale Usa di 166 milioni di persone. Calcolando, oltretutto, che circa 140 milioni di persone negli Usa hanno impieghi o professioni, quindi siano forza lavoro impiegata ma qualche milione guadagna meno di 10mila dollari l'anno: mi pare un dato un po' stiracchiato per poter essere classificato come "occupazione". Insomma, negli ultimi 15 anni la popolazione è cresciuta ma non il lavoro reale, quello pagato, quello che consente di vivere, mangiare, pagare le bollette, il mutuo e magari risparmiare qualcosa per i figli da mandare al college. 

E attenzione, perché non viviamo più in un contesto globale in cui i Paesi emergenti, Cina in testa, garantiscono crescita e quindi dinamo anche per le economie più in difficoltà. E la conferma è arrivata l'altro giorno dal Fmi, il quale ha tagliato le stime di crescita globale per la quarta volta in dodici mesi, come ci mostra il secondo grafico, proprio a causa della frenata dei Paesi emergenti che spinge al ribasso la crescita mondiale. Il Fmi ha tagliato dello 0,2% le sue previsioni di crescita globale per quest'anno e il prossimo portandole rispettivamente al 3,1% (in calo dal 3,4% dello scorso anno) e al 3,6%, definendo l'espansione «modesta»: amano gli eufemismi, oltre lo sbagliare sempre le stime, a Washington. 

I rischi al ribasso sono più pronunciati rispetto alle ultime valutazioni del luglio scorso, secondo il “World Economic Outlook” diffuso martedì a Lima, alla vigilia degli incontri annuali del Fmi e della Banca mondiale. «Sei anni dopo l'uscita dalla più profonda recessione del dopoguerra, il ritorno a un'espansione globale robusta e sincronizzata ancora non c'è», scrive nella introduzione al documento Maurice Obstfeld, il nuovo capo economista del Fmi, appena insediato per sostituire Olivier Blanchard, passato al Peterson Institute dopo sette anni di allarmi inascoltati dalle orecchie ammantate di ortodossia dell'Istituto.