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FINANZA/ Il "boomerang" della Bce che ci riporta in crisi

Il Quantitative easing, spiega SABINO PACIOLLA, ottiene risultati opposti rispetto a quelli annunciati, finendo per aiutare gli speculatori più che l'economia reale

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Caro direttore, ho letto l'articolo FINANZA E POLITICA/ Il (nuovo) regalo di Draghi all’Italia di Ugo Bertone e, francamente, non capisco cosa effettivamente voglia dire, poiché riporta cose, anche giuste, ma con quale finalizzazione? Tra l'altro colgo pure una contraddizione quando, da una parte, afferma che "il programma di Quantitative easing ha centrato non pochi obiettivi, come dimostra il miglioramento delle condizioni di credito nell'eurozona, specie in Italia", ma, da un'altra, dice che "nelle ultime settimane sono arrivati segnali negativi per il quadro economico" (…) "insomma, la situazione peggiora". Ora, il Quantitative easing, immissione di liquidità nel sistema economico, da parte della Bce è stato fatto per riattivare il ciclo economico nell'Eurozona, visto che esso era stantio e si stava avvitando nella deflazione. Per cui, la performance del Qe non può essere misurato su un obiettivo intermedio ("miglioramento delle condizioni di credito nell'Eurozona"), ma sull'obiettivo finale, cioè la riattivazione del ciclo economico e dell'inflazione sotto la soglia del 2%. E, da questo punto di vista, entrambi gli obiettivi non sono stati raggiunti, proprio perché il quadro economico non volge al bello e, dunque, serve un'ulteriore dose di Qe.

Sarebbe da discutere se la cosiddetta deflazione, che tanto spaventa le Banche centrali, sia o no una cattiva cosa; infatti, dati economici storici - per esempio, andamento dell'inflazione oscillante intorno allo zero di fine '800 - dicono che tale situazione possa essere anche buona. Ma il punto che qui  voglio mettere in evidenza è il loop in cui la Bce, come nel caso di tutte le Banche centrali degli altri paesi, si sta cacciando, e precisamente: maggior Qe non porta a minor deflazione, ma, al contrario, a maggior deflazione. Infatti, questo esperimento - si parla infatti di "uncharted territory" - che le Banche centrali stanno effettuando sulla nostra pelle, non potrà che portare a danni ancora peggiori. 

Infatti, il Qe porta a una riduzione pilotata dei tassi di interessi, sottratta cioè alla loro naturale evoluzione e condizionamento dipendente dalle sole forze di mercato verso il cosiddetto "tasso naturale", nella direzione di obiettivi stabiliti dalla Banca centrale di un Paese. L'attività spinta sul Qe ci sta portando verso la cosiddetta politica dei tassi negativi (si veda a tal proposito la curva dei rendimenti svizzeri che è diventata tutta negativa fino alla scadenza dei 10 anni; oppure, per rimanere vicino a noi, in questi giorni il rendimento del titolo biennale italiano per la prima volta è diventato negativo). Questo non può essere senza effetti per il sistema finanziario, in particolare per le banche commerciali. Infatti, una tale politica non può che portare a una riduzione dei proventi rivenienti dagli assets in portafoglio delle banche. 

Queste, d'altra parte, non possono che avere due strade: a) scaricare il tutto sul rendimento dei depositi dei correntisti, che diventerebbe altrettanto negativo; b) aumentare i proventi rivenienti dagli impieghi sia corporate che retail. La prima strada viene, almeno al momento, rifiutata dalle banche poiché alimenterebbe una fuga di liquidità dei correntisti dalle stesse banche con l'obiettivo di mettere il contante sotto il classico "materasso". Infatti, che senso avrebbe per un correntista mantenere la sua liquidità sul conto corrente (che equivale a un prestito alla banca) con il risultato di dover pure pagare la banca, visto che il tasso di interesse "goduto", a causa della politica della Banca centrale, sarebbe negativo? Sarebbe un comportamento puramente irrazionale. Gli effetti, d'altra parte, per le banche sarebbero disastrosi poiché, mettendole a secco di liquidità, le farebbero fallire. Per le banche, ripeto, almeno al momento, non resta che la seconda strada, quella cioè di aumentare i proventi da impieghi, cioè gli interessi e le commissioni su chi contragga un prestito o utilizzi un fido. Ma ciò non potrebbe che determinare un aumento dei costi finanziari sia per il segmento corporate che retail.