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SPY FINANZA/ Il "funerale" dei Bric sui mercati

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Per non parlare del Brasile, Paese non solo in recessione conclamata, ma che lo scorso anno ha perso oltre 900mila posti di lavoro, una cifra enorme e di molto superiore a quella che seguì la crisi post-fallimento di Lehman Brothers. Di più, chi un lavoro ce l'ha ancora deve comunque affrontare un regime di salari reali in contrazione, per l'esattezza del 5% lo scorso maggio su base annua. Sia i salari annuali reali che le medie di vendite al dettaglio e la creazione formale di posti di lavoro si sono contratte quest'anno, stando a statistiche del governo, e il trend di questa dinamica è peggiore di quello del 2009. E con il deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro, i brasiliani hanno tagliato molto le loro spese, addirittura al livello più alto da inizio secolo: le vendite al dettaglio a giugno sono calate per il quinto mese di fila, la striscia di declino più lunga dal 2001. 

Ma non basta, perché la produzione industriale è calata molto più del previsto, un -1,5% su base mensile contro le attese del -0,1% che si traduce in un -8,9% su base annua. Negli ultimi nove mesi la produzione industriale brasiliana è calata su base mensile dello 0,9% e dei 24 principali segmenti industriali, 14 a luglio hanno registrato una contrazione della produzione. Nel periodo gennaio-luglio il dato è di un -6,6%, con la voce capital goods che solo a luglio si è schiantata del 27,8%. Siamo all'ottavo trimestre di contrazione di fila e la lettura di luglio vede la produzione industriale al livello di marzo-aprile 2006 e in contrazione del 14,1% rispetto al picco del giugno 2013. E con l'export sprofondato a -24%. 

E nonostante il mondo anneghi nel denaro a pioggia delle Banche centrali, per una volta i dati macro servono ancora come indicatore per gli investimenti, visto che dai mercati emergenti sono stati ritirati 1,4 miliardi di dollari da inizio anno e fino al 4 novembre scorso, facendo aumentare l'outflow dal 2010 ad oggi fino alla quota totale di 15 miliardi, stando a dati di Epfr Global. L'India è l'esempio plastico di quanto sta accadendo. Le esportazioni di Nuova Delhi sono calate per otto mesi di fila fino al luglio scorso, riflettendo di fatto la nuova stagnazione di domanda a livello globale. Nell'anno conclusosi il 31 marzo, l'export indiano ha totalizzato 310,5 miliardi di dollari, mancando di quasi il 10% il target di 340 miliardi. Nel primo mese dell'anno fiscale in corso le cose non sono migliorate: i beni esportati hanno registrato un calo del 15% su base annua a quota 89,83 miliardi. 

E proprio la mossa svalutativa cinese ha operato un dumping anche sulle esportazioni indiane, mentre il calo del prezzo del petrolio è stato positivo per la bolletta energetica statale, ma negativo per i prodotti petroliferi esportati, i quali fanno la parte del leone per lo shipment totale del Paese. E la rupia? La valuta indiana è ai minimi da due anni contro il dollaro ed è una delle moneta peggio performanti dell'Asia. E se il rallentamento cinese, unito al rischio del rialzo dei tassi della Fed, potrebbe portare ulteriore pressione, New Delhi sa che la svalutazione della sua moneta è l'unico modo per cercare di tutelare l'export. Ma in agosto gli investitori esteri sono stati venditori netti di debito indiano, generando altra tensione sulla rupia visto che così facendo hanno operato un outflow di dollari dall'economia locale. 

Insomma, che fare? Fuggire dai mercati emergenti? A mio modo di vedere, no, per il semplice fatto che le crisi sono sistemiche e cicliche, esattamente come i boom economici. Certo, evitare di investire su un blocco di nazioni composite come fosse un'unica azienda come si è fatto per anni, forse, potrà portare a un approccio più realista verso Paesi dalle enormi potenzialità ma anche vittime ancora di enormi squilibri e dumping. I quali, alla fine, vengono sempre a chiedere il conto, come ha certificato nel weekend Goldman Sachs.

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