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SPY FINANZA/ Il "funerale" dei Bric sui mercati

Pubblicazione:martedì 10 novembre 2015

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Quando a decretare la morte di un fenomeno è di fatto chi l'ha battezzato, allora c'è il forte rischio che si debba davvero recitare una prece in sua memoria. È quanto accaduto ai mitici Bric nel weekend, quando un report di Goldman Sachs ha decretato che la loro era si sta avviando verso la fine. Quattordici anni dopo la decisione dell'economista della banca d'affari, Jim O'Neill, di coniare l'acronimo per Brasile, Russia, Cina e India (cui poi si unirà la "s" di Sudafrica), ritenuti i mercati più floridi vista l'enorme messe di investimenti che vi stava confluendo, Russia e Brasile sono in recessione e la Cina non è più la locomotiva dell'economia mondiale, visto che presenta il tasso di espansione economica più debole dal 1990. E quando Goldman declassa, non si limita a farlo con informati report, va giù pesante: la scorsa settimana, infatti, l'unità di gestione del rischio della banca ha chiuso il cosiddetto Bric fund che investiva appunto nei quattro Paesi e lo ha fuso con un più ampio fondo sui mercati emergenti. Nel documento alla Sec che sanciva la fine del prodotto di investimento, creato nove anni prima, Goldman riteneva di «non aspettarsi significativa crescita per quegli assets nel futuro preventivabile». 

Il grafico a fondo pagina mette la situazione in prospettiva: il Bric fund ha perso qualcosa come l'88% dei suoi assets dal 2010 a oggi, un vero e proprio fallimento che sottolinea ed evidenzia la strategia fallace di unire in un unico prodotto di investimento nazioni così differenti soltanto per creare appeal tra gli investitori. Per Jorge Mariscal, capo dell'ufficio investimenti per i mercati emergenti di Ubs Wealth Management, che sovrintende 1 triliardo di dollari di investimenti, «la promessa di una crescita rapida e sostenibile dei Bric è stata contrastata duramente per gli ultimi cinque anni. Il concetto stesso di Bric era popolare, ma nulla è eterno». 

Insomma, il Bric fund ora fa parte dell'Emerging Markets Equity Fund, al fine di garantire a chi investe un universo più diversificato rispetto ai mercati emergenti, ma resta un dato: il vecchio fondo è andato in underperformance a 5, 3 e a 1 anno, sintomo che la crisi degli emergenti parte da più lontano della minaccia della Fed di alzare i tassi di interesse, facendo aumentare lo stock debitorio in valuta statunitense di quei Paesi. Il Bric fund ha perso il 21% nei cinque anni conclusisi la scorsa settimana con l'ultimo giorno di trading prima della fusione e i suoi assets sono calati fino a 98 milioni alla fine di settembre dagli 842 milioni nel 2010. 

Un tonfo che prima però aveva vissuto fasti con pochi precedenti: i Bric come gruppo di Paesi aveva infatti scalato la classifica del potere economico globale, ammassando il 40% delle riserve estere mondiali. Il Msci Bric Index aveva garantito un return del 308% nei 10 anni dal 2000 al 2010, rispetto al 15% dello Standard&Poor's 500. E anche se la quattro nazioni contano ancora per un quinto dell'economia mondiale, le loro prospettive economiche hanno subito un netto ridimensionamento. 

Pensiamo al duo più potenzialmente rilevante, ovvero Cina e Russia. Il commercio tra le due nazioni è sceso infatti del 29% nella prima metà di quest'anno a quota 30,6 miliardi di dollari e i funzionari di governo russi hanno ammesso che non ci sono più possibilità virtuali di raggiungere il loro obiettivo di 100 miliardi di turnover commerciale entro fine anno. Inoltre, un swap in yuan da 150 miliardi tra la Banca centrale russa e la Pboc cinese concordato lo scorso ottobre per facilitare un link diretto tra rublo e yuan, evitando l'utilizzo di dollari, non ha trovato praticamente domanda poiché può essere usato solo per il finanziamento a breve termine. 

 


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