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SPY FINANZA/ La "guerra" in corso in Europa

Portogallo, Grecia e Catalogna, spiega MAURO BOTTARELLI, sembrano essere il fronte di un'Europa dei popoli che piace sempre meno ai burocrati di Bruxelles

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Ops. c'è qualche rogna in Portogallo. Il primo ministro designato, Pedro Passos Coelho, non ha infatti superato l'esame dell'aula e il suo governo di centrodestra è morto nella culla, nonostante l'assurda decisione del presidente della Repubblica, Anibal Cavaco Silva, di incaricarlo per formare un esecutivo, malgrado dalle elezioni di sei settimane fa il centrodestra pro-Ue fosse uscito senza la maggioranza assoluta dei seggi. Il fronte delle sinistre anti-austerity formato da Socialisti, Blocco di sinistra, Comunisti e Verdi ha infatti dato vita a una maggioranza alternativa che ha bocciato il piano di governo con 123 voti contrari e 107 favorevoli, costringendo il presidente dell'Assemblea, Eduardo Ferro Rodrigues, a sancire la decadenza del governo. 

Cosa farà ora il presidente Cavaco Silva? Incaricherà il socialista Antonio Costa di formare un governo di minoranza e di coalizione con le forze di sinistra dichiaratamente euroscettiche, cercherà un candidato alternativo o chiederà a Coelho di guidare un esecutivo di transizione fino al voto anticipato che si potrà tenere dopo aprile 2016? 

Sembra una questione che poco ci riguarda, ma non è così, perché come già scrissi due settimane fa, il Portogallo ha varcato il Rubicone della sovranità nazionale, con un presidente dichiaratamente schierato contro la coalizione di sinistra per ragioni di mero opportunismo europeista e un Partito socialista che ora dovrà mettere le carte in tavola, mostrando a tutti fino a dove è disposto a spingersi in tema di programma politico anti-austerity. Il tutto, in un Paese che rappresenta una democrazia giovanissima, essendo il regime di Salazar un ricordo ancora vivo nella mente di molti lusitani e che non più tardi del 2011 è stato salvato dalla bancarotta da un piano di aiuti Ue da 78 miliardi di euro che ha imposto al Paese un rigido programma di riforme economiche e privatizzazioni. 

Immagino che a Bruxelles e a Berlino la questione stia diventando giorno dopo giorno sempre più prioritaria e lo spread lusitano impennatosi negli ultimi due giorni ci dice che la strategia potrebbe essere la solita: usare il debito sovrano come tagliola di ogni istanza democratica. Non a caso, appena il Parlamento ha sfiduciato il governo di centrodestra, il ministro delle Finanze, Maria Luis Albuquerque, ha dichiarato quanto segue all'Associated France Press: «Se la fiducia degli investitori sarà infranta, la minaccia di bancarotta sarà reale». Che dire, non hanno nemmeno un minimo di fantasia nel minacciare: il problema è che il primo grafico a fondo pagina ci dimostra come i rischi per la tenuta dei conti pubblici ci siano tutti, tutt'altro che risolti - anzi aggravati per quanto riguarda la ratio debito/Pil - dalla cura da cavallo imposta da Bruxelles su un'economia troppo fragile e piccola per poterla tollerare. 

E visto  che prevenire è meglio che curare e che i portoghesi sono stati così testoni da votare i socialisti, non lasciandosi impressionare dalle file ai bancomat in Grecia della scorsa estare, ecco che la "cura greca" per Lisbona è già cominciata. Esecutore materiale l'agenzia finanziaria Reuters, mandanti Bruxelles e Berlino, visto che in un lancio di ieri pomeriggio un analista di Commerzbank, guarda caso, faceva notare che in caso di caso di downgrade del rating di credito, i bond governativi portoghesi - già i peggio performanti d'Europa nell'ultimo mese - potrebbero essere esclusi dal programma di acquisto della Bce. Per potere essere ritenuto collaterale eligibile, infatti, il titolo portoghese deve avere l'investment grade e ad oggi a garantirglielo è soltanto la società di rating canadese Dbrs, visto che è già "spazzatura" per Fitch, Moody's e Standard&Poor's. E quando ha in previsione la revisione del rating portoghese Dbrs? Guarda caso, domani.

Se per caso anche l'agenzia canadese abbasserà la valutazione sul credito lusitano, il Portogallo perderà l'eligibilità della sua carta e la dinamica folle garantita dalla Bce e dal "whatever it takes" di Mario Draghi fino a oggi e presente nel secondo grafico svanirà di colpo. E, guarda caso, sempre ieri da Lisbona qualcuno si è sentito in dovere di far sapere che il deficit fiscale del Paese è schizzato al 7,2%, solo un filino sopra il target massimo, visto che il costo del salvataggio del Novo Banco resterà a tempo indeterminato nel bilancio dello Stato. E cosa c'è di meglio di un deficit del 7,2% per mettere di buonumore Wolfgang Schauble? La pantomima greca si ripete. 

Il problema è che nel silenzio dei media, il concetto stesso di Europa e di democrazia comincia a vacillare non solo in Portogallo, ma, per l'ennesima volta, anche in Grecia, visto che all'Eurogruppo di lunedì scorso Atene si è vista rifiutare l'esborso della prima tranche da 2,15 miliardi di euro del nuovo pacchetto di aiuti da 87 miliardi concordato l'agosto scorso. Motivo della decisione da parte dei creditori, la ricapitalizzazione del sistema bancario e la nuova legge sui pignoramenti, oltre a qualche altra criticità su tassazioni d'emergenza volute e imposte da Bruxelles. 


COMMENTI
12/11/2015 - La dittatura (Renato Mazzieri)

Non bisogna farsi illusioni. Da quando esiste, il denaro ha sempre esercitato la sua egemonia sul lavoro. Per ribaltare questa situazione esiste una sola possibilità: un sistema di credito alternativo a quello bancario per dare denaro sulla fiducia, senza garanzie e senza interessi a chi ne ha bisogno per vivere e/o per lavorare.