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FINANZA & MEDIA/ Rcs e dintorni: tutti assenti al tavolo di una crisi sistemica

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Da tempo ilsussidiario.netsegnala il procedere di una crisi sistemica nel settore editoriale nazionale. E non è certo un caso che assieme alla raffica di conti preoccupanti, la Fieg abbia disdetto in questi giorni il contratto nazionale di lavoro giornalistico. Un atto simbolico, senza effetti reali prevedibili, ha commentato la Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti: un atto tattico alla vigilia delle trattative per il rinnovo del contratto. È probabile, ma intanto è accaduto.

Il sovraccarico di baby-boomers nelle redazioni è certamente un problema, anche se non l'unico e forse neppure il più grave. Gli over 40 presentano un mix di costo inerziale e di produttività (soprattutto qualitativa, nel digitale) ormai incompatibile con ogni business model affermatosi nella millennial media industry. Il passaggio elementare alla distribuzione digitale (giornale tradizionale su tablet e smartphone o tv tradizionale su digitale terrestre) ha illuso i giornalisti di poter continuare a produrre come prima la loro informazione, agli stessi livelli di costo: e invece basta calcolare quale sia l'incasso reale odierno della stessa copia di un quotidiano o quello pubblicitario della stesso programma tv per venire drammaticamente smentiti. E gli stessi giornalisti sono spesso i primi a cogliere - ma privatamente - le nuova logiche dell'editoria digitale: quelle che premiano in termini di contatti (e quindi di incassi pubblicitari dalla Grande G) un contenuto postato gratuitamente in rete, meglio se su un social media.

Ma gli editori si sono illusi più dei giornalisti di poter gestire imprese editoriali sul mercato con un approccio non imprenditoriale: senza investirci, senza innovare, senza dare autonomia a management professionale, senza accettare fusioni e acquisizioni dettate dal mercato. La crisi finanziaria e la recessione (certamente più prolungate in Italia) hanno solo accelerato e reso più difficile una resa dei conti che - altre volte sul sussidiario - abbiamo paragonato a quella del settore bancario alla fine degli anni 80.

Allora le banche italiane erano non-imprese (per larga parte controllate dallo Stato), piccole, poco capitalizzate, cariche di personale molto oneroso, gestite con criteri para-burocratici, estranei alla ricerca di un profitto sostenibile nella competizione di prodotto. UniCredit, prima banca italiana, è tuttora considerata un caso da manuale di ciò che è accaduto in Europa da allora: nella crescita accelerata per fusioni e acquisizioni, in Italia e nella Ue; nella trasformazione organizzagtiva e tecnologica, nella ricerca di percorsi propri nell'asset management e nell'investment banking, anche se dall'esito non sempre riuscito. Eppure è un'avventura giù superata. E il futuro di UniCredit - anche se l'attuale top management continua a non convincersene - è in Fineco: una banca che all'inizio degli anni 90 non esisteva nemmeno ed è nata fuori dal perimetro UniCredit, per quanto innovativo.

Tra cinque anni - o anche fra due - dove pretendono di essere i gruppi editoriali italiani di oggi, cioè di ieri?



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